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Myanmar, sul treno birmano - foto : Birmania. Monaci sulla collina di Mandalay ©Tonj Lardani
Birmania. Monaci sulla collina di Mandalay ©Tonj Lardani

Myanmar, sul treno birmano

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L’aria è profumata d’incenso nella limpida sera a Rangoon. L’oro della Shwedagon pagoda irradia dall’alto tutto il suo fulgore. Sotto, immobili quasi nell’ombra le statue dei Nat dal volto umano e il corpo d’animale si confondono col lento dondolarsi di sagome che s’aggirano in senso orario secondo le regole di Theravada.

Pellegrini buddisti, variopinta folla di fedeli a piedi nudi. Sul volto luminosa dignità e mitezza. Colori e suoni armoniosi. Una lentezza magica invade il corpo. Qui, i gesti e l’aria, le voci e le cose rallentano senza svanire subito perché hanno un valore intenso.

Centinaia di Buddha seduti, reclinati, in piedi, con le mani in diverse posizioni, ognuna delle quali con il suo preciso significato. Intere famiglie di fedeli seduti sul pavimento di un tempietto pregano, meditano, mangiano e bevono.

Birmania, terra di intense emozioni per i paesaggi arcaici, gente cortese segnata dalle sorti alterne della vita umana. T’avvolge una muta ammirazione per questi fragili corpi. Per le montagne pizzute, per la forza ciclopica dei templi silenti e miti, divinità enigmatiche dietro un sorriso placido. Risaie verdi puntate da bianchi ibis.

Il crepuscolo è opaco, velato d’oro mentre il treno lascia Rangoon. E’ subito campagna, sull’acqua stagnante delle risaie si specchia la grigia calotta d’un cielo greve e gonfio mentre una sagoma d’ombra sotto un largo cappello di paglia a cono si muove lenta con la zappa in spalla.

La ferrovia taglia in due il vastissimo territorio alluvionato. Il fragore metallico del treno viola il silenzio con sbuffi sacrileghi e irriverenti. Dieci, undici, tredici ore di viaggio per Mandaly. Dipende dagli eventi.

Stridule note della speaker, in lingua birmana e inglese annunciano la partenza mentre piccoli ventilatori circolari lottano con l’umido e il sudore. Dal finestrino scorrono lenti banani frondosi. Di fronte alle ultime case di periferia nugoli di bambini scalzi fanno girare cerchi di metallo con grida mute.

I bufali sguazzano nelle pozzanghere per sfuggire al caldo e le donne snelle avvolte da “longyi” colorati raccolgono l’acqua. L’aratro segna le zolle nel magico tramonto che fa luccicare le piantine di riso appena spuntato in superficie.

Silente scorrere di villaggi d’argilla. Occhi bistrati di nero alle stazioni, eredi di sovrani scomparsi nel nulla. Tracce di dinastie cancellate con un colpo di spugna dai militari. I principi “Shan” che non hanno voluto scendere a patti col regime.

Lungo la ferrovia madri e figli riparati da ombrelli sdruciti raccolgono qualche “Kyat” vendendo ai passeggeri in transito qualcosa da mangiare. Spiedini di pollo, zuppe di verdure, riso bollito. E in bilico sulla testa una brocca di tè caldo. Proprio all’altezza del finestrino.

Voci tenere e delicate. Occhi curiosi e nobili. Arrangiati mercatini scarsi di merce e ricolmi di sorrisi e dignità. Volti pronti ad illuminarsi come girasoli che accolgono il giorno. Sussurri riservati e mai aggressivi. “What’s your name?”. “where are you from?”. Regalano un fiore mentre il treno riparte. Hai donato solo un nome.

Scatto mancato alla stazione di Mandalay. Un giovane soldato dal baschetto bordeaux raccoglie l’ombrello ad un vecchio monaco. Un inchino, un sorriso. Un fremito. Incredibile puzzle di scene, paesaggi, colori e minoranze etniche sotto una dittatura militare. E non te ne accorgi della repressione perché tra il giovane soldato e il monaco non c’è odio.

“Siamo tutti birmani e questa è la nostra terra”. Parole vere e non strappate da un’occidentale. Eppure i signori del Palazzo fiaccano con la violenza le sorti d’un paese dove tutto, dall’incedere dei monaci a quello dalle donne avvolte dal longyi, porta il segno di pace ed eleganza.

L’unica speranza per il riscatto è lei, Aung San Suu Kyi. Premio Nobel per la Pace 1991. Piccola, esile. Lady Suu, la pasionaria d’Oriente combatte da anni la dittatura del paese dell’oro. Una lotta silenziosa e pacifica contro un isolamento surreale. La voce di un popolo oppresso. Ma non sconfitto. “Non è il potere che corrompe, ma la paura: la paura di perdere il potere”. San Suu Kyi.

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LIBRI

Il ragazzo che parlava col vento

"Il ragazzo che parlava col vento" di Pascal Khoo Thwe - Edizioni Piemme, 2008



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