Nel fantasma del mattino uno scampolo di cielo illumina la pianura che si mostra qua e là, sotto lunghe prospettive di nuvole magre e stracciate. Onde arricciate su se stesse del fiume Irrawaddy. Danza di braccia di pescatori che lanciano le reti.
Pigra atmosfera coloniale nello stato dello Shan agganciato al Laos. La grande pala del ventilatore spazza il vento caldo sull’altopiano di Taunggyi, un ex stazione britannica. La bianca terrazza della Guest house con le scislong di bamboo intrecciato, s’affaccia nel tempo e sulla vallata. Giù, oltre le foreste di pini, il lago Inle.
Ombre di vele sfrangiate sul magico miraggio. Groviglio di limo e giacinti d’acqua. Boscaglie di tek e pyinkado, dove vivono gruppi etnici migrati dalla regione cino-tibetana, eredi dei gloriosi principi del feudalesimo birmano.
Mistico e magico. Incanto d’un paesaggio oltraggiosamente pittoresco controllato da occhi vigili di soldati armati. Lungo la strada una fila di donne a piedi coi loro bimbi dal sorriso d’avorio. Portano in testa il turbante “pa-o” d’un rosso vivace. E’ giorno di festa.
Un angolo di Birmania popolato da svariate etnie. Shan, Pa-o, Intha, Taungyo e Palaung si spartiscono questo territorio“off limits”. Oggi i mitra tacciono in questa terra dolce, per anni controllata dalle armi dei Pa-o contro la dittatura e per i diritti negati alle minoranze.
Case di legno costruite su palafitte, orti galleggianti “kyunpaw” navigati da piroghe di bamboo. Gente antica e dall’ abilità unica, remano con una gamba per tenere le braccia libere. La pace d’un monastero al centro del lago. Monaci col peplo amaranto aspettano l’ora della preghiera scandita da tamburi, cembali, fiori e riso.
Foreste di stupa, guglie d’oro dei templi. Non è vento di guerra quello che fa tintinnare le campanelle degli “hti” a corona delle pagode. E’ una musica soave, evanescente che fa stormire quei batacchi come fronde nell’alba di Kakku.
5.700 stupa, uno a fianco all’altro come birilli alti quattro metri fino a quello centrale che s’impenna più alto. Sito archeologico e luogo di culto. Scalzi, tra sassi e pietre, i pellegrini sfiorano briglie e selle di due cavalli in pietra, un rituale contro le sofferenze fisiche.
Musica di cembali, tamburi e turbinio di colori. E’ giorno di mercato sul lago Inle. Un labirinto di canali segnati da rive incerte per le onde lasciate dalle canoe che scivolano veloci tra i pali. Incroci di incontri a pelo d’acqua degli Intha. Pescatori e artigiani che producono i “cheroot”, grossi sigari. Tessono la seta e filano il loto. Dal gambo del sacro fiore estraggono un sottile filamento con cui realizzano le vesti color zafferano dei monaci.
Una palafitta dietro l’altra fino al monastero Nga Phe Kyaung. A sfida del tempo, del fango e delle correnti resiste da metà dell’Ottocento per onorare i “nat”, gli spiriti che governano la vita dei birmani. Settemila pagode simili ad un miraggio nel deserto. T’invade una serenità tutta buddista a Pagan, l’antico borgo acciambellato sull’Irrawaddy. Templi, stupa e monasteri che risalgono al nono e tredicesimo secolo.
Disseminati in una pianura impolverata tra ciuffi di cespugli, cupole piene, “zedi” in mattoni rossi o di gesso. Bassorilievi, stucchi, decori, pitture murali e tegole smaltate. Arriva il tramonto sulla “città morta” e l’atmosfera si fa magica sul tempio di Ananda.
Da lassù il mondo si ferma nella piana dipinta dal luccicare argenteo dell’ Irrawaddy. Sagome chiare e scure di pagode affiorano leggere, eleganti dalla terra polverosa come un delicato inno a Buddha. Eternità di magia e silenzio mentre cala il sole dietro monte Popa.
Poi lo scalpicciare dei cavalli sui sentieri di terra invasi dalle buganvillee e il suono d’un arpa birmana. Il pensiero va alla bella figlia del re di Pagan che non conosceva l’amore fino a quel giorno in cui una nota simile alle vibrazioni dell’anima, la rapì.
Un giovane contadino, un’arpa e una principessa. Magica e melodiosa musica che li unì per sempre. Amore impossibile per differenza sociale. Incontri segreti e vietati. Poi la scoperta. Dovere d’un Re separarli e di un suddito obbedire.
La principessa si stringe all’amato nell’eterno abbraccio. Sofferta scelta da sovrano quella di costruire un muro attorno alla coppia. I corpi sono ormai circondati da pietre quando il Re ordina di chiudere la pagoda.
Così, da qualche parte a Pagan, c’è ancora una costruzione, uno zedi al cui interno riposano, per sempre abbracciati, i corpi della principessa e del contadino con l’arpa birmana. E nella vallata il pianto d’un padre. “Questa è la Birmania; e sarà diversa da ogni altra terra che tu possa aver conosciuto”. Rudyard Klipling (Letters from the East-1898).






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IL lago Inle è uno degli ecosistemi più affascinanti che io abbia mai visto. Perché è un esempio di perfetta integrazione fra natura e cultura, fra uomo e ambiente.
Per ora. Perché questo equilibrio fragilissimo potrebbe essere stravolto dal turismo di massa. Starà al buon senso degli operatori turistici – e ovviamente delle autorità birmane – saperlo conservare.Perché la sua bellezza è un tesoro per tutti.