“Il viaggio è una porta attraverso la quale si esce dalla realtà nota e si entra in un’altra realtà inesplorata, che assomiglia al sogno”. Guy De Maupassant.
Marocco, suolo e regno d’Africa diviso in due dalle alte montagne, così alte che la neve le riveste con un lussuoso abito di festa e il ghiaccio le incappuccia al punto che la geografia e le temperature africane, a noi note, sembrano lontane.
Impregnata di religiosità musulmana, la terra marocchina è adorna di minareti, di moschee dagli splendidi colori. L’azzurro scintilla verso la luce del sole, l’ocra, il rosa e l’oro abbagliano e incantano come fossero gemme incastonate nella pietra. Qui non ci sono vie di mezzo. Solo l’eccesso. L’eccesso della temperatura d’estate. L’eccesso degli stucchi ornamentali. L’eccesso della bellezza. L’eccesso degli odori di spezie di cui l’aria è invasa.
Ogni cosa, in questo luogo, parla di fascino, storia e primordi dell’umanità.
Forse, è da questo motivo – o almeno anche da questo – che nasce il mal d’Africa. Non un male comune, non passeggero, ma insinuante nell’animo, che spinge a tornare, a cercare, a capire. E il viaggio, in fondo, è sempre un mezzo per la ricerca e la comprensione.
Adagiato su una piccola collina marocchina, fondato da un pronipote del profeta Maometto, Moulay Idriss è uno dei paesini più importanti del Marocco. Deve il suo nome allo stesso fondatore che, fuggito dalla Mecca alla fine dell’ VIII sec. perché perseguitato dal reggente califfato, si stabilisce in questa zona convertendo gli abitanti del luogo alla nuova fede.
A lui si deve anche l’istituzione della prima dinastia imperiale del Marocco e alla sua morte viene edificato un santuario dopo riposano oggi le sue spoglie. Non è possibile per i non islamici visitare il santuario, le moschee che, con gli anni, sono divenuti i luoghi di pellegrinaggio più visitati dai marocchini, così come Moulay Idriss è oggi il santo più venerato del paese.
Il mese caratteristico e rilevante è, sicuramente agosto quando prende vita il più suggestivo pellegrinaggio a cui partecipa anche la famiglia reale marocchina. E’ un pellegrinaggio pittoresco e insolito, ricco di bancarelle che vendono di tutto, di suoni, di rumori da mercato. E il mercato in paese si ripete settimanalmente, ogni sabato, rappresentando il momento migliore per immergersi nella vita locale.
A Moulay Idriss vige il divieto che proibisce ai non islamici di passare la notte nel paese stesso, ma da settant’anni circa la cittadina è visitabile anche ai non musulmani. E’ un dedalo di stradine polverose, vicoletti senza vie di uscita e una sorta di centro dove sono raccolti pochi locali in cui è possibile mangiare e riposare all’ombra. La popolazione, appena individua gli stranieri, si offre, in cambio di pochi dirham, la moneta locale, come guida, ma è possibile girare tranquillamente anche da soli.
In cima ad una collina si ammira la vista panoramica della valle tra le montagne verdeggianti e proseguendo la salita si raggiunge il minareto cilindrico, unico nel suo genere. La scritta araba lo decora abilmente e recita il consueto saluto musulmano: “Non c’è altro Dio all’infuori di Allah”.
I ragazzini, di solito, incitano a sedersi nei localini per il pranzo, più per la curiosità di osservare i viaggiatori occidentali che per altro, ma accettano di buon grado qualsiasi regalo, soprattutto matite. Meglio evitare le penne. La plastica non segue un percorso di riciclo. Il piatto tipico è il couscous con verdure e ortaggi bollenti, soprattutto patate, tagine (carne, di agnello, pollo o manzo, stufata, presentata nel piatto di terracotta e condita con verdure o prugne), briouats con kefta (sempre carni), pastille di piccione o pollo, zucchero e cannella. Il momento del pasto può essere molto colorito, ma è parte del viaggio e della conoscenza.
L’interno delle bettole è simile tra loro. Tavolacci grezzi e sporchi a cui sistemarsi. Alle spalle di uno di questi locali in cui, sovente, i viandanti sostano e altrettanto fanno i visitatori stranieri, c’è una sorta di bottega di macelleria, ma definirla così è un eufemismo. In pratica un uomo scalzo, ricoperto di sterco e polvere, adagiato su un bancone altrettanto sudicio, allontana le mosche che lo infastidiscono con un panno nero dal lerciume. E’ lì in attesa che il tempo gli affidi il lavoro. E l’attesa è ripagata. Dietro il bancone c’è un piccolo pollaio, ovvero dei polli e delle galline in attesa della macellazione. Arriva un cliente e il macellaio scende dal bancone dove sonnecchia. Sceglie una gallina, come da istruzioni ricevute dall’acquirente. Gliela mostra e riceve l’assenso per l’acquisto.
La pesa e con un gesto rapido e semplice, prende l’animale tra le ali bianche, che piega all’indietro, le blocca mettendole tra le sue gambe. Con una mano frena i movimenti dell’animale agitato e con l’altra prende il coltello e fa un taglio netto. Alla gola. Da qui la gallina viene dissanguata, poi inserita in una specie di macchina rumorosa da dove esce senza piume. La macchina rumorosa è una spiumatrice! Un po’ di carta e la gallina è pronta e consegnata nel pacchetto.
Una scena che si ripete diverse volte durante la giornata. Una scena che può apparire truce e raccapricciante, ma la quotidianità non è la stessa in tutte le parti del mondo.






Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




