Tre strade di luce cadono oblique dalle finestre. È la prima immagine dell’Abbazia di Morimondo che mi riaffiora tra i pensieri. «I monaci venivano qui all’ora del tramonto e immaginavano queste vie di luce come mezzi per entrare in comunicazione con Dio» dice la guida che ci accompagna. L’impressione è strabiliante: tutto intorno non ci sono abbellimenti. È il sole qui che entra e dipinge lo spazio, il pavimento, parte delle pareti.
È una costante in quest’Abbazia la comunicazione tra architettura e natura, così come tanti sono i dettagli simbolici che i monaci nella costruzione hanno adottato per mostrare la devozione al divino. «Guardate le stesse finestre da cui entrano quei fasci di luce» prosegue la guida, «se ci fate caso, tenendo come punto di riferimento il rosone centrale, le due aperture laterali non sono simmetriche. Una è più spostata dell’altra. Questo è un errore voluto dai monaci, come è stato dimostrato da alcuni scritti. Solo Dio può essere simmetrico e perfetto, l’uomo e le sue costruzioni devono per forza contenere errori e asimmetrie».
La navata centrale è lunga, sembra interminabile. Cammini guardando le colonne e il soffitto della chiesa che è l’edificio più recente del complesso di Morimondo. La prima pietra fu postata dai monaci cistercensi francesi provenienti da Morimond nel 1134. Da allora fu un susseguirsi di lavori lunghi quasi un secolo.
L’Abbazia di Morimondo è speciale perché è adagiata ad una collina, ed è costruita su quattro piani. C’è la chiesa originale al piano più basso, il refettorio e il chiostro sopra allo stesso livello della chiesa nuova e ancor più su quello che una volta ero il dormitorio dei monaci. Era uno spazio comune dove la virtù della perseveranza prendeva concretezza nella convivenza e accettazione degli altri “fratelli”.
Nella biblioteca e nello studio, dove i monaci passavo gran parte del tempo a miniare i testi sacri e a riflettere sulle scritture, si sente ancora una specie di tensione di conoscenza. Vorresti fermati al banco per qualche istante, solo, guardare il verde sterminato dei campi oltre la finestra e sentire che parole sa partorire la tua anima. Ma gli altri vanno di fretta. Due foto veloci e li segui.
«Qui, nel refettorio, la mattina i monaci si ritrovavano molto presto prima di iniziare a pregare e lavorare. Se durante i pranzi principali venivano letti interi brani di Vangelo, al mattino presto un frate recitava veloci citazioni sacre dette colletio. Da questo termine latino deriva il nostro modo di definire il primo pasto della giornata colazione». La guida non riesce proprio ad annoiare, neanche sforzandosi.
Il chiostro si passa in un baleno. Siamo di nuovo in chiesa, ad osservare i fasci di luce divini. Hanno cambiato angolazione. «Erano la prima cosa che i monaci vedevano entrando in chiesa, e l’ultima uscendo» pensi. Ora che te ne stai andando anche tu sembrano indicarti la via di ritorno a casa.





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