Pennellate di colore. Taverne consumate da un buon bicchiere di Bordeaux, e conversazioni fino alle ore piccole. Amori consumati in casette. Da lassù, mentre la Parigi “per bene” dorme. Lassù c’è una collina nella capitale francese che è sinonimo d’arte. Di passioni. Di muse. Mon ami, sto parlando ovviamente di Montmartre.
Come questa collinetta, un tempo villaggio al di fuori di Parigi, sia diventato la patria indiscussa degli artisti si spiega così. La zona, esentasse (un’antica Montecarlo), subì un’impennata di popolazione quando Napoleone III (1808 – 1873), nel suo piano di abbellimento della capitale, procurò sempre più terra per i finanziatori, e così il popolo si spostò. Non di meno la zona era adibita alle vigne di Parigi, e si sa, a cosa può portare l’ebbrezza.
Una decisione improvvisa. Un biglietto last minute ed eccomi qua. Come un ballerino senz’arte che vuole immergersi in un fine settimana lasciando al fato sconosciuto la possibilità di guidare i suoi passi. E mi ritrovo fra le stradine abitate dai pittori Picasso, Toulouse-Lautrec, Vincent van Gogh.
Solo a pronunciarli questi nomi viene voglia di abbandonare il telefonino nelle acque della Senna (non me ne vogliano gli ecologisti), investire i propri risparmi in qualche foglio immacolato e pretendere che il solo e unico datore di lavoro sia la propria anima. Fare della propria vita, un atto d’eroismo dovuto al proprio cuore.
La vicina Basilica del Sacro Cuore me la lascio per un’altra occasione. Oggi il mio obbiettivo è la Place du Tetre, la celeberrima piazzetta dove pittori e caricaturisti mettono alla prova la loro abilità per raffigurare ciò che vedono. Ciò che fa pulsare. Per quanto abbia le gambe che fremano di miglia da assaporare, mi concedo un ritratto. In un inglese-francesizzato riesco a richiedere di essere disegnato in modo divertente. Lo penso già in chiave regalo.
Alzatomi, la celluloide che scorre insieme al mio sangue mi mette il turbo per andare verso il quartiere di Pigalle, poco distante da Montmartre. Lì c’è ancora il Moulin Rouge, storico locale inaugurato il 6 ottobre 1889 da Charles Ziedler. Da quando m’imbattei nella storia/musical Moulin Rouge! (2001, di Baz Luhrmann), dove scoppiava l’amore sofferto tra lo scrittore Christian (Ewan McGregor) e la meravigliosa cortigiana Satine (Nicol Kidman), crebbe in me la passione e curiosità per questo posto.
Per goderlo appieno, ho bisogno della notte. Quando le luci sembrano (invano) cercare di tappare tutte le falle delle nostre insicurezze. Guardo e riguardo. Vengo invitato a entrare in una caffetteria. Annuisco senza capire troppo. Poco male. Sono rapito. Dopo non molto riprendo il mio cammino senza fermarmi, fino ad arrivare su una panchina e quasi vinto dalla stanchezza, mi lascio contagiare dalla fatica.
La mattina successiva il sole fa il suo nuovo debutto, lo confesso, non troppo da me gradito. Sono già che scendo una scalinata di Montmartre, quando seduto in solitaria, vedo un ragazzo. A sentirlo chiedere una bibita, mi dà l’idea di un californiano. Dà l’impressione di scrivere un diario. Ogni tanto si ferma. Forse a guardare il panorama. Forse ad aspettare l’ispirazione. Forse più semplicemente, a prendere fiato nella vita.





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