“As palavras são como as cerejsa”, una tira l’altra. Parole, baci, strette di mano. Saluti dalla finestra e sull’uscio di casa. “Boa viagem”. E’ tempo di partire da Evora, luminosa capitale dell’Alto Alentejo. Regione tra le più belle e autentiche del Portogallo.
E’ una giornata arsa dal sole. Sfila l’alchimia dei colori, seducenti regali della natura. L’ocra del sughero, l’oro delle stoppie, il verde delle querce. La luce è accecante sulle strade deserte tra sterminati campi di grano. A perdita d’occhio macchie di uliveti centenari.
Non c’è alito di vento sulla via di Reguengos de Monsaraz. Con morbidezza, senza un distacco repentino, entri nel silenzio d’una campagna dagli echi lontani. Luoghi selvaggi e solitari. Originaria bellezza dell’Alentejo.
Rassicurante terra, armoniosa nella sua nudità. Baciata dal sole e trascurata dalla pioggia. Immobile e forte pianura che dona al mondo vino “tinto” e turaccioli. Regione al di là del Tejo spazzata da un vento gelido d’inverno, soffocata dal caldo torrido d’estate.
L’aria si fa più sottile, gli spazi più ampi, le quintas più isolate, la solitudine più assoluta. Ecco il rio Guadiana, frontiera liquida tra lusitani e castigliani. Confine naturale e teatro di innumerevoli battaglie.
Sulle sue rive, il fiume conserva castelli e mura fortificate, memorie del tempo alentejano. Culture di frontiera sottomesse al sole. Moura, Serpa, Mértola, Barrancos e Noudar . Profonde radici arabe e romane, rocche costruite a eterna difesa dall’antico nemico.
La strada s’avvicina al fiume, lo affianca per chilometri. Ne segue le curve e lo sfolgorio della corrente accesa dal sole. Poi lo lascia e s’arrampica sulla collina. Dal nulla, oltre un tornante, prendono forma scenari fuori dal tempo.
In groppa all’asino, un’anziana donna vestita di nero e cappellaccio di paglia, trascina un carretto. Contadini con forconi in spalla tornano dai campi di terra rossa. Liberi Lusitani al pascolo. Sullo sfondo le mura scure di Monsaraz e il bianco dell’antica chiesa.
A un tiro di schioppo dal confine spagnolo, isolato e perfetto sul colle che domina la pianura ondulata, il borgo fortificato si presta al tramonto. Una luce morbida carezza il paesaggio che sembra immune al trascorrere degli anni.
Monsaraz si apre con due porte in granito, unici accessi ricavati tra le mura. Sulla rue Direita rivestita in scisto, si affacciano balconi in ferro battuto tra due ali di bianchissime case rifinite a calce, dai cui terrazzi esplode il fucsia delle ortensie. Finestre e porte bordate di giallo e blu, celano la vita interiore di focolari antichi. Profumo di churrasco.
C’è tranquillità tra il saliscendi delle viuzze. C’è simpatia sul volto sorridente dei vecchietti seduti sulle panchine. C’è quiete nei gesti d’una donna mentre fila la lana. Ogni angolo è un fresco “azulejo”. T’invade un senso di pace mentre passeggi fino alla Igreja Matriz.
Il portone della chiesa è aperto da un’anziana col scialle di pizzo nero. La chiave legata ad una corda in vita, scivola sulla lunga veste nera. L’interno è sorprendente. Tre navate uguali divise da grandi colonne simili ad enormi tamburi di pietra.
Nascosta dall’oscurità, la tomba di Gomez Martins, alfiere della regina Dona Beatriz, moglie di Dom Alfonso III. Trecentesco gioiello, quasi sconosciuto, che presenta scene di caccia al falcone. Fuori, sulla bianca piazza, svetta un’enigmatica gogna del Settecento che sorregge il globo dell’universo.
Sarcastico inno alla giustizia, tanto cara a questo paese sin dai tempi antichi, nell’Antigos Paços da Audiência. All’interno del palazzo un affresco quattrocentesco rappresenta “il giudice integro e il giudice venale”. Quasi un graffito ancora nitido, dagli ampi colori, seppur non risparmiato dall’incuria.
Come tutti i borghi medievali anche Monsaraz ha il suo castello e la torre di guardia. Sentinella di confine, testimone di scaramucce ispano-lusitane. La vista si perde nella pianura dorata. Sotto si spiegano geometrie di cotto. Illusioni di giochi e ombre dei tetti marroni sul candore delle facciate. E su tutto, la luce. Forte e accecante.
Camicia bianca e gilet nero. Basco in testa. Inconsapevole eleganza che solo i vecchi di campagna sanno avere. Nodose vene sulle mani come quelle dei centenari ulivi, e sul volto le aride pieghe delle zolle. Schegge di vita, gioie e sofferenze. Lavoro, campi e rivolta. Racconti dell’Alentejo, ardenti parole di una terra di confine.
Dalla torre de Menagem il panorama è straordinario al calar del sole, quando il cielo diventa color cobalto. Il battito d’ali d’un falco pellegrino, il vento inebriante che viene dal nord. Poi un infilar di stelle, e ti avvolge una melodia, un dolce influsso interiore tra malinconia e gioia.
“Le parole sono come le ciliegie, l’una tira l’altra” recita un adagio portoghese. Ma di fronte al “miradouro” di Monsaraz sulla spianata dell’Alentejo, le parole vengono a mancare. Solo la luna può dar voce ai ricordi.






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