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Monopoli, l’Abbazia di S. Stefano - foto : Veduta panoramica dell'Abbazia benedettina © Stefano Coppi Vincenzo
Veduta panoramica dell'Abbazia benedettina © Stefano Coppi Vincenzo

Monopoli, l’Abbazia di S. Stefano

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1083. L’aria è rarefatta da un freddo che non viene dalla terra ma dal mare. Il silenzio è uno strumento affascinante per amplificare i suoni più lontani, come la cupola nuda di un teatro vuoto. Queste mi sembrano onde. Forse sono alte. Più alte di queste mura. Più dure di queste suole. Più buie di questa stanza.

Quanto vorrei essere quella rampicante che s’aggrappa sul chiosco fin su quel campanile per vedere oltre, provando con intrepido coraggio che anche il nostro intercedere a Dio ha davvero un fine più eccelso di questa oratoria costanza.

Il 16 agosto 1968 mi fu messo tra le mani un libro dovuto alla penna di tale abate Vallet, Le manuscript de Dom Adson de Melk, traduit en francais d’après l’édition de Dom J. Mabillon (Aux Presses de l’Abbaye de la Source, Paris, 1842)”, dal libro Il nome della Rosa di Umberto Eco.

Questo giardino. Questo mare che si intravede tra le foglie rosa del pesco. Queste mura possenti. Questo silenzio mi ricorda quel libro ingiallito che da bambino mio nonno senza saper né leggere né scrivere sfilò da dentro un comò intarsiato e me lo donò. Ricordo ancora i suoi occhi, rivolti verso il basso come se quel gesto generoso non appagasse del tutto la sua secolare avidità. Ricordo ancora quelle mani rugose avvinghiate a quella copertina rossa. Pur non conoscendo neanche una parola di quel libro mi diede l’impressione di riconoscere appieno il suo valore.

Ora mi trovo qui, nell’Abbazia di Santo Stefano, a pochi chilometri da Monopoli (BA), una tessera di terra rubata all’Adriatico, un capriccio del mare che increspando anche la terra ha lasciato nella scogliera una terrazza elegante. Su questo basso promontorio sorge da più di mille anni un’abbazia dei monaci benedettini cluniacensi, gli stessi che invadevano la mia fantasia da piccolo mentre mi immergevo tra le pagine di quel libro dalla copertina pesante che lasciava un odore nella mia stanza di cui non volevo mai disfarmene.

Nel XII secolo i Benedettini utilizzando materiali poveri edificarono il convento e la chiesa, del cui altare purtroppo ormai si conservano solo pochi resti. Dopo varie vicissitudini e lotte faziose fra monaci che si contendevano il dominio del monastero, nel 1317 papa Giovanni XXII, da Avignone, concesse la struttura, con tutti i suoi beni, all’Ordine dei Cavalieri.

Una traccia indelebile è ancora visibile all’ingresso di un portone con lo stemma gentilizio del priore che fece ricostruire la struttura e il ricco portale della chiesa (databile intorno al 1200), rettangolare con archivolti a tutto sesto, ornato da fogliame e volti d’angeli. Nella lunetta si può scorgere un bassorilievo marmoreo che rappresenta Dio tra i SS. Stefano e Giorgio. La piccola chiesa, oltre ad essere stata privata della reliquia del Santo, è stata privata anche di un pregevole polittico (sec. XIII) oggi conservato in un museo statunitense.

L’aria di cui è impregnato questo luogo sembra non aver perso quella dimensione surreale che un tempo aveva obbligato il silenzio a sostare e a insegnare a degli uomini l’arte più difficile, quella della preghiera verso un Qualcosa o un Qualcuno che non può essere toccato, che non può essere spiegato, che lascia segni solo agli occhi di chi lo cerca e nelle mani di chi non brama desideri egoistici.

Mi avvedevo ora che si possono sognare anche dei libri, e dunque si possono sognare dei sogni”, sempre dal libro di Umberto Eco.

Da dove provengono queste voci, sembrano di bambini, sembrano felici, sembrano rincorrersi sul mare. Eppure queste cale che si abbracciano e sospirano ogni istante sotto il nostro convento sembrano trattenere queste voci come se la bellezza di uno schiamazzo è altrettanto nobile quanto la recita corale di un salmo. Cosa nasconderanno queste mura, cosa nasconderanno queste mie visioni, cosa nasconderà il mio cuore quando anche il fruscio leggero delle foglie che si affollano sui rami interrompono questo prezioso silenzio.

Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, Il nome della Rosa.

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LIBRI

Lettera a Léontine

"Lettera a Léontine" di Raffaello Mastrolonardo - Tea, 2010

Pellegrino di Puglia

"Pellegrino di Puglia" di Cesare Brandi - , 2010



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