Ogni volta che penso al mio viaggio ideale, non riesco a fantasticare su spiagge esotiche e assolate, con sabbia finissima e mare cristallino. Immagino invece spazi infiniti, pianure che sembrano perdersi ai confini della terra, che riemergono poi con maestosità sotto forma di montagne imponenti, spazzate dal vento che fa galoppare nuvole e ombre lungo i declivi delle catene montuose.
L’aspra e impenetrabile Mongolia, è lei che desidero. L’ultima riserva a cielo aperto di animali rarissimi come cammelli selvatici, leopardi delle nevi, rapaci dall’estensione alare immensa; la terra dall’escursione termica impossibile, capace di passare dai –60° C della taiga, sferzata dallo zud – il vento gelido dell’inverno-, ai +30°C dell’estate, favoriti dai venti caldi del deserto del Gobi.
Questa è la Mongolia che vorrei percorrere. Magari in sella ad un takhi (spirito, in lingua mongola), quell’equus przewalskii (dal nome del suo scopritore), antenato dell’odierno cavallo domestico. E attraversare quegli stessi spazi percorsi da Gengis Khan, l’uomo del millennio per il Washington Post, sovrano del più grande impero dell’antichità. E sentirmi per un istante come lui.
Perdendomi nella magia di Kharakhorum, gemma incastonata nella valle dell’Orkhon, che il condottiero decise di trasformare in capitale del suo impero nel 1220 (lo restò per 40 anni, finché Kublai Khan non decise di trasferire la sede di governo a Pechino).
Rimanendo stupita di fronte alle contraddizioni di Ulaan Bataar, l’attuale capitale mongola, fin troppo occidentale nei modi e nell’architettura, fredda eppure accogliente (come la grande tradizione dei popoli nomadi insegna), altera eppure affascinante, distante e insieme vicina.
Scoprendo la vita e le tradizioni dei 500 monaci del tempio Ongiin, sperduto monastero buddista inaugurato nel XVIII secolo per la prima visita del Dalai Lama in Mongolia.
Avventurandomi alla scoperta della natura selvaggia e incontaminata: nelle valli ricche di reperti preistorici delle cime infuocate di Bayang, che custodiscono, intatti da millenni, scheletri di dinosauri, incisioni rupestri di 3000 anni fa e la foresta pietrificata di Ulaan Shand; tra le dune cantanti di Khongor; a Yoliin Am (la gola dell’avvoltoio) profondo canyon di 200 metri d’altezza, location ideale per osservare grandi rapaci in azione.
E poi, affrontare lui, il deserto del Gobi. Immenso (circa un terzo dell’intera superficie mongola), selvatico e “ostile” all’insediamento umano, argilloso più che sabbioso, il Gobi un tempo ha invece rappresentato un vero paradiso terrestre, con vegetazione lussureggiante e clima umido. Condizioni idonee per la vita dei primi Signori della Terra, i dinosauri, che qui riposano sereni.
Questa è la Mongolia che vorrei scoprire. Una terra all’apparenza inospitale e difficile. Per questo magica e affascinante più delle altre. Che conquisterà gli occhi e il cuore con i colori del suo paesaggio e le voci della sua gente. Lasciamo che sia il vento a indicarci la via.





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