A poco più di un’ora di macchina da Locarno, deliziosa cittadina situata nel Cantone Ticino (Svizzera italiana), si trova la Valle Maggia.
Una valle famosa per la grande valanga di neve che il 25 aprile 1986 travolse quasi interamente Mogno, piccolo borgo alpino, e per l’opera del celebre architetto Mario Botta.
La gente di montagna è famosa per la tenacia e l’orgoglio, qualità che possono sfiorare anche la testardaggine, ma pur sempre qualità.
Ad una prima fase di rassegnazione ne seguì quasi immediatamente un’altra, più forte, di volontà di ricostruire ciò che la natura aveva spazzato via con tanta irruenza.
Venne così creato uno speciale comitato per la ricostruzione di ciò che per i valligiani era stato per secoli il simbolo della vita sociale, la chiesa seicentesca di San Giovanni Battista.
Non è del tutto chiaro il perché fu scelto, tra i tanti architetti, proprio Mario Botta.
Certamente Botta era già all’epoca un personaggio di spicco nel settore, con opere realizzate ai quattro angoli del globo.
Ma di architetti famosi era (ed è tutt’ora) pieno il mondo. Non fu solamente l’affidarsi ad una grande firma la motivazione principale nella scelta dell’architetto.
Ciò che colpì Giovan Luigi Dazio, presidente dell’Associazione Ricostruzione Chiesa di Mogno fu la novità che le opere di Botta rappresentavano. Avevano qualcosa di nuovo.
Rompevano la tradizione, ma sapevano in qualche modo ricollegarsi alla storia, alla tradizione.
I primi schizzi eseguiti da Botta incontrarono il favore del comitato e degli abitanti della zona, sebbene le critiche non tardarono ad arrivare.
Il progetto venne giudicato troppo ardito, troppo moderno forse, e furono in parecchi ad ostacolarne il percorso.
Ma la Svizzera non è l’Italia. Alla fine tutti i “contendenti” giunsero ad un accordo e nel 1992 i lavori ebbero finalmente inizio, per terminare nel mese di agosto 1999.
Ora, chi si trova a percorrere la strada di montagna che si inerpica fino a Mogno, non avrà alcuna difficoltà a riconoscere la chiesa tra le costruzioni del villaggio.
La sagoma è inconfondibile, originale e complessa ma, al tempo stesso conquista con la sua semplicità.
Botta ha voluto sfruttare il cromatismo di due differenti tipi di pietre, peraltro recuperate in loco, nel grembo della montagna stessa.
Al marmo bianco delle cave di Peccia si contrappone quindi il grigio gneiss di Riveo, a creare uno straordinario effetto di chiaro-scuro.
Di base cilindrica, il corpo principale dell’edificio sacro ha come tema dominante l’utilizzo sapiente della luce naturale quale fonte principale di illuminazione.
La copertura è realizzata con lastre di vetro, dall’aspetto fragile ed effimero. Tutto ciò contribuisce a creare un forte dualismo, una contrapposizione fra basamento e copertura.
Ciò che colpisce, all’interno come all’esterno della chiesa, è la totale assenza di decoro.
L’essenzialità della costruzione pare così riallacciarsi idealmente alla tradizionale architettura romanica, accentuata anche dal sapiente utilizzo di un ridotto numero di materiali.
In tutta onestà, l’opera di Botta può trarre in inganno più di uno spettatore. Lo strano effetto che si prova guardandone delle fotografie viene meno durante l’esperienza dal vivo.
E’ durante quest’ultima esperienza che risulta chiara la differenza tra un architetto, ed un grande architetto.
Può sembrare difficile da credere, ma la sensazione che prova il visitatore è che quella chiesa abbia sempre fatto parte della struttura del borgo, tanto è stato sapiente il lavoro di progettazione.
La chiesa, le abitazioni, i prati e la montagna vanno così a formare un unico elemento apparentemente indissolubile.
Certo, saranno in molti a storcere il naso, profondamente in disaccordo con quanto scritto.
C’è chi ha definito “ecomostro” la costruzione di Botta, un’accusa che sembra tuttavia superficiale e forse dettata da interessi personali, più che da reali motivazioni.





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