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Milano, nel Museo della Scienza e della Tecnica 2 - foto : La Sala Colonne nel Museo della Scienza di Milano © Museo della Scienza di Milano
La Sala Colonne nel Museo della Scienza di Milano © Museo della Scienza di Milano

Milano, nel Museo della Scienza e della Tecnica 2

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La sezione più spettacolare del museo Leonardo Da Vinci è senza dubbio quella dedicata ai trasporti. Una sezione assolutamente completa che tocca i quelli terrestri, aerei e marittimi. Una parte del settore Trasporti Terrestri è attualmente chiuso al pubblico per restauri, mentre è aperto e visitabile il padiglione dei trasporti ferroviari.

Si tratta di una stazione di fine Ottocento, fedelmente e accuratamente ricostruita, con tanto di binari, lungo i quali troviamo cento anni di evoluzione del trasporto su rotaia. Un tram a cavalli del 1885, diverse motrici, da quelle a vapore a quelle elettriche, nonché il mitico “Gamba de Legn”, storico tram diventato ormai mitico, che aveva percorso gloriosamente le strade di Milano dal 1878 al 1957.

Dalla terra all’aria, il museo espone anche un notevole numero di velivoli, apparecchiature di bordo, eliche, carrelli di atterraggio e altri dispositivi aeronautici. Bellissima è anche la sezione trasporti navali, nella quale sono “parcheggiate” intere navi o alcune loro parti.

La più spettacolare è senza dubbio la nave-scuola Ebe del 1921, una delle più grandi imbarcazioni a vela del mondo conservata in un museo. La si può ammirare in tutta la sua lunghezza anche se recentemente le sono state tolte le vele per essere restaurate.

Ma è possibile vedere anche il maestoso transatlantico “Conte Biancamano”, del 1925, e i suoi oltre 16 metri d’altezza e il siluro dal curioso nome di “Maiale”. Un’unica pecca? Né sui treni, né sugli aerei è possibile salire: certamente per motivi di sicurezza e di conservazione, ma sarebbe certamente stato interessante andare a bordo di questi “bolidi”.

Un discorso a parte merita il celebre sottomarino “Enrico Toti”, da tre anni al museo. E’ visitabile sia esternamente sia internamente. Si tratta del primo sottomarino italiano costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale (nel 1967), un SSK, submarine submarine killer.

Un sommergibile destinato a distruggerne altri, mai usato, fortunatamente, in guerre reali, che vanta, però, la bellezza di 137000 miglia percorse. La decisione, presa nel 2005, di portarlo dalle acque della Sicilia al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, creò non pochi problemi.

Dall’isola a Cremona, la distanza era percorribile sulle acque, quindi il problema non si poneva, ma dopo? Come trasportare su strada un colosso di ben 340 tonnellate? Il Toti ha dovuto essere alleggerito di circa 20 tonnellate di zavorra presente nella parte inferiore dello scafo ed essere trasportato su due carrelli motorizzati: un ingombrante convoglio di 7,4 metri di altezza per 62 di lunghezza e, soprattutto, 458 tonnellate di peso.

Oltre alla visita vera e propria del sottomarino, sono presenti numerosi video con filmati dell’arrivo del Toti a Milano: è emozionante vedere quanta gente, pur essendo il 15 agosto, era scesa nelle strade per assistere all’evento eccezionale.

Salire a bordo è emozionantissimo, entrare in quegli spazi angusti, equipaggiati di baschetto protettivo e immedesimarsi nella vita dei sommergibilisti, vedendone le cuccette, le cucine, gli spazi in cui vivevano è quasi commovente, oltre che assolutamente interessante.

Il Museo cerca infatti, pur con gli scarsi sussidi statali, ben inferiori a quelli destinati ai beni culturali da altri governi europei, di aiutare il pubblico nella comprensione dei fenomeni scientifici e tecnologici.

I responsabili della struttura cercano di creare una realtà che non sia soltanto “museo” dove si guarda senza partecipare, ma dove si possa anche mettere alla prova la propria comprensione e svolgere in prima persona esperimenti e lavori tecnologici.

Per insegnare, grazie a innovazioni come i laboratori interattivi, che la scienza e la tecnica non sono qualcosa di complicatissimo e incomprensibile. E perché le nuove generazioni non associno più la parola “museo” alla parola “noia”. (2. Fine)

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