Durante il giorno non ero riuscito a entrare del dormitorio chiamato ‘Rifugio’ di via Sammartini, dormitorio ricavato dai ponti della stazione Centrale di Milano.
La mia volontà però è quella di incontrare chi dentro questo centro accoglie gli ultimi. Torno così la sera e, da una fessura, un ragazzo italiano visibilmente emozionato mi fa capire che devo contattare la responsabile del posto.
Raggiungo allora telefonicamente suor Maria Teresa che, dalla morte di Frate Ettore, è la responsabile dei numerosi progetti aperti dal lavoro decennale del religioso.
”Da sempre accogliamo gli ultimi e da sempre – afferma con soddisfazione – accogliamo anche chi non ha documenti”. A queste parole rimango stupito ragionando sulle campagne persecutorie che vanno di moda oggi sui nostri media. “Noi accogliamo gli ultimi tra gli ultimi e spesso queste persone non si ricordano nemmeno chi sono”.
Alla mia incredulità la Sorella mi racconta una breve storia: “Abbiamo avuto con noi per venti anni una signora che abbiamo sempre chiamato Maria, in verità il suo nome era Albina, ma la fragilità l’aveva portata lontana dalla sua identità”.
Con un fare molto deciso e con una semplicità disarmante Suor Teresa mi spiega le sue semplici motivazioni: “Che in mezzo ci possano essere delle persone che giocano con questa cosa lo sappiamo, ma se io trovo qualcuno che sta male per strada in ogni caso ho il dovere di raccoglierla, che abbia o no i documenti”.
Rimango però perplesso sulla possibilità di poter far sempre così anche non essendo ‘consacrati’. Allora le chiedo se oltre a lei, gli abitanti della zona e in generale i cittadini di Milano si siano mai impegnati in questa direzione.
“Negli anni si sono avvicendate tante persone di buona volontà, persone che non abbiamo mai forzato a condividere un cammino con la nostra associazione ma che lo stesso ci hanno aiutato tanto”.
Suor Teresa è molto orgogliosa di questa cosa e non lo nasconde. “Non so in che modo il Signore abbia operato ma ci sono persone comuni, l’impiegato o la casalinga che, dopo aver portato a scuola i bambini, tornano sulla strada dove hanno visto il povero e ce lo portano, questa cosa mi sembra bellissima”.
Focalizzandomi sull’influenza indubbia di un luogo come la stazione Centrale le chiedo allora che cosa sia per lei quest’immenso mondo. “Tanta miseria, tanta povertà che si riunisce. E’ come un contenitore, una zona franca, una zona di non pensiero, oltretutto che ora ci sono nuove emergenze invisibili”.
Chiedo spiegazioni in merito. “Ci sono uomini separati dalle loro mogli, magari ancora in possesso di lavoro ma che, disperati e soli, si trascinano a dormire sui vagoni degli ultimi binari della Stazione. Se si riuscisse ad avvicinare queste persone sarebbe bello aiutarle, chiaramente con tatto, visto la tragedia umana e personale che stanno vivendo”.
Il tempo per la nostra intervista è finito, non tanto per volontà della Sorella ma perché so che la sto allontanando dai suoi innumerevoli e importantissimi compiti. Ammetto che sarei stato a parlare per lungo tempo con lei, però sono consapevole che in un certo modo la stazione, più che ‘parlata’, va vissuta.
Per questo motivo, chiusa la telefonata con un candido “Dio ti benedica”, alla quale rispondo imbarazzato farfugliando come una persona colta in contropiede, mi dirigo verso la stazione di nuovo. Sento il bisogno di conoscere di più e di raccontare di più.
Il mio viaggio in questo mondo in bilico tra opulenza e povertà è iniziato. (2. fine)





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