“Le mie auto sono le migliori della Mauritania”, ci assicura, con un ampio sorriso, il boss della piccola agenzia locale di Nouakchott, al quale affidiamo l’organizzazione del nostro soggiorno.
D’altronde che è “il migliore della Mauritania” lo reclamizza anche all’esterno della sua scalcinata agenzia. Questo è il racconto di un viaggio nel deserto della Mauritania. Un viaggio compiuto da un gruppo di giornalisti tra cui il collega Gianfranco Corino.
Nouakchott è una città senza senso, senza logica e senza ordine. Creata dal nulla dai francesi alla fine degli anni ’50 su una vasta piana di terra salata e riarsa nel crocevia tra due strade. Dovrebbe ospitare 15.000 abitanti, ma in pochi anni subisce una crescita incontrollata, trasformandosi in un polo di attrazione per una massa di contadini e diseredati in fuga dal deserto.
Oggi conta più di 700.000 anime e cerca faticosamente di sopravvivere a se stessa, schiacciata tra l’oceano da una parte e le dune del deserto. “Ho guide esperte e auto affidabili – ci rassicura il boss dell’agenzia – vi fornisco tutto quello che serve per attraversare il territorio”. Il viaggio verso le città desertiche è lungo e impegnativo.
Le piste sono mal tracciate e non di rado cancellate dal vento e dalla sabbia. Quella sabbia che reclama il suo spazio, sempre maggiore, che riveste dei suoi granelli d’oro ogni cosa dalla notte al giorno.
Inoltre, non manca la possibilità di trovarsi la strada sbarrata da predoni armati. Ecco perché è indispensabile muoversi con carovane di almeno due o tre auto e affidare la propria sicurezza ad esperti locali.
Il nostro amico ci illustra il percorso da seguire, ricevendoci nel suo ufficio il giorno prima della partenza. L’ufficio è in realtà una cameretta affacciata su un’affollata stradina nella zona più malfamata della capitale. Un antro praticamente spoglio di ogni arredo, ad eccezione di una tarlata scrivania anni ’60, un fax rotto e una sbiadita cartina geografica della Mauritania alla parete.
Quello che tutti qui chiamano boss è un uomo di età avanzata, la barba curata, l’elegantissima tunica azzurra che ne sottolinea il rango elevato. E un atteggiamento cerimonioso oltre ogni misura.
Le meravigliose auto promesse si rivelano in realtà due anacronistici pick-up. Autentici baracconi che, poi ci tradiscono e si insabbiano un numero infinito di volte sulle disastrose piste dell’Atrar.
Nonostante le perplessità, al termine di una serratissima trattativa economica siamo finalmente pronti a partire. L’ambiente che scorre dai finestrini è, a tratti piatto e monotono, a tratti di una bellezza sconvolgente.
Alle dune di sabbia si sostituisce l’ambiente roccioso e selvaggio dell’altipiano. Un mondo che si conosce soprattutto durante le lunghe notti stellate, quando ci accampiamo sul morbido tappeto sabbioso nelle viscere dei profondi canyon.
In questi anfratti, riparati dal sole e dal vento, la presenza di inattese pozze d’acqua alimenta piccoli palmeti e ci consente addirittura qualche breve nuotata.
Le nostre guide vivono in una simbiosi perfetta con il deserto, scandita da rigorosi e oscuri rituali. Il rito della preghiera, rispettato scrupolosamente con soste forzate più volte al giorno. Il rito dell’accensione serale del fuoco. Il rito del tè, con il suo sontuoso cerimoniale. E proprio sul tè, qui circola un vecchio detto, che riferendosi alle dosi di zucchero, recita più o meno così: “Amaro come la vita. Dolce come l’amore. Soave come la morte…”.
Il deserto che ci circonda sembra animato da una vita propria. Il vento muove costantemente le dune come le onde del mare. La sera ci addormentiamo osservando un paesaggio e la mattina ci risvegliamo affacciati su un altro, a volte completamente diverso. Il deserto è la veste della Mauritania che, vanitosa, la cambia ogni giorno.





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