Un cigno mi nuota affianco, passeggiamo insieme lungo la Drava, un fiume silenzioso come quel paesaggio della bassa Stiria che mi ha rapito sin dal primo chilometro mentre la mia auto solleticava ogni curva con infantile curiosità. Sono qui di passaggio ma non ho voglia di rimettermi in cammino, il rumore del motore di una vecchia 155 stonerebbe in questo concerto di serenità, un posto dove anche una passeggiata ha il suo lasso di tempo. Non è un semplice ritaglio a una vita frenetica ma un tempo ben preciso che non toglie nulla ad altre faccende.
Questa sosta prima di proseguire verso un’altra meta che non ho ancora ben chiaro in mente, diventa una tappa, e chi può meglio prendere questa decisione se non il mio istinto da viaggiatore innamorato. Venderei metà del mio tempo passato in ufficio per comprarmi una boccetta di libertà, quelle che agitandole fanno cadere della neve di polistirolo su una città deserta.
Immaginandomi cosa possa nascondere un tizzone di fuoco in un camino spento, cosa può celare un sorriso quando il termometro ancora il suo fluido a meno quattordici gradi, cosa può raccontare un viso modellato da un dio straniero o ancora cosa posso vedere quando il tramonto si spegne in un mare diverso dal mio.
Sotto i miei piedi scorgo le impronte di antiche cinte di mura, e poco più in là un curioso edificio di pietra che qui chiamano “la torre dell’acqua” con una impensabile somiglianza a un trullo di Alberobello, con una nota di eleganza che solo il passato ancora riesce ad evocare con una grazia non emulabile.
Mi sto allontanando distratto quando mi accorgo che una platea di cigni bianchi si è accalcata intorno a me. Per qualche istante arrossisco, mi vergogno della semplicità dei miei pensieri, come se per loro la mia immaginazione fosse un dipinto già stimato.
Scopro da un passante con l’occhialetto da intellettuale che questa cittadina ha tratto il suo nome da Marchburch cioè Castello della Marca e così passeggiando tra le vie ben curate del piccolo centro mi metto alla ricerca di questo castello cittadino ma i miei occhi ben presto perdono la direzione della bussola lasciandosi rapire dalla bellezza del palazzo dell’Università, dalla facciata barocca del palazzo delle poste, dal Rotovz (palazzo del municipio), dal palazzo Nasek, dallo Slovensko Narodno Gledalisce con l’Opera e il teatro di prosa, dalla maestosità della cattedrale. In pochi minuti colleziono gli scatti più belli di Maribor e stanco mi dirigo ancora una volta verso il fiume. I suoi fianchi si arrotondano lasciando che il sole si stenda indisturbato sull’acqua come farebbe un contadino su un’amaca all’ombra.
Faccio qualche altro passo, trascinato più dalla curiosità che dalla voglia di sollecitare ancora le mie caviglie. La bellezza di una scoperta non sta nella sua originalità ma nella improvvisa accelerazione di entusiasmo, non sta nella sua grandiosità storica ma nel fulminante fascino che emana quando ti accorgi di avere davanti qualcosa che non avevi mai visto, per questo meriteremmo un nobel ogni giorno, per tutte quelle cose che con gli occhi di un bambino scopriamo per la prima volta.
E così scopro che arrampicata su una facciata umile di una casa medievale cresce la vite più vecchia del mondo che da oltre 500 anni produce un vino dal sapore pieno, amabile, dal colore intenso e dalla fama che sconfina in uno degli eventi più spiritosi e impressionanti dello spettacolo: il Guinness dei primati.
La tradizione che questa vite porta con sè negli anni si respira ancora quando iniziano le feste della potatura dell’anziana vite, con il battesimo degli zatterieri a fine settembre, per concludersi dopo un momento più turistico dedicato a un festival popolare, con la suggestiva vendemmia di questo strapopolare vigneto.
Da questo piccolo centro della Slovenia sono passati numerosi illustri personaggi che hanno in qualche modo contribuito con la loro vita, arte e con l’estro a scrivere una storia più leggera, e tra questi ricordo il famoso compositore Franz Liszt, che nonostante la sua fame non sia stata mai messa in discussione mi piace immaginarmelo con le guance arrossate davanti a uno spartito che in preda a un singhiozzo etilico si sia lasciato andare in evoluzioni musicali inattese.
Un po’ come me ora mentre aspetto con l’ultimo cigno rimasto a farmi compagnia che la mia sbornia sfumi prima di rimettermi in viaggio.






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Straordineria Maribor…. Che bello quel viaggio Ste! Bellissimo articolo!
Grazie mille…troppo generoso come al solito Max