Terra. Erba. Frutti selvatici. Messaggeri celesti nascosti tra le rigogliose chiome. Immissari subacquei entrano ed escono dal vicino mare. Dalla rigogliosa vegetazione della Pineta Granducale dei Lorena alle distese palustri lungo la foce del fiume Ombrone. Qualche chilometro di semplice passeggiata in mezzo alla natura. È uno dei tanti itinerari del Parco Regionale della Maremma, detto anche il Parco dell’Uccellina, suddiviso fra i Comuni di Grosseto, Magliano in Toscana e Orbetello.
Prima la lunga autostrada, poi l’ingresso in Toscana con una fondamentale deviazione tra le colline del Chianti, quindi di nuovo in velocità (entro i limiti) verso Grosseto, direzione Alberese, a poca distanza dalla costa tirrenica. Per addentrarsi sotto la soffice coperta arborea del Parco Regionale della Maremma, il secondo per anzianità in Italia, istituito nel 1975.
Quando sono già sulla strada che mi conduce a Marina di Alberese (Gr) dove lasciare la macchina, alla mia destra e sinistra, ammiro ampi pascoli dove brucano magnifici esemplari di cavalli e vacche maremmane, queste ultime dalle caratteristiche lunghe corna lunate. Nascosto un po’ tra i cespugli, punto l’obbiettivo. Alcuni esemplari se ne accorgono e iniziano a venirmi incontro incuriositi.
L’itinerario scelto, A7 – Bocca d’Ombrone, mi consente di fare un salto nell’antica storia toscana. La zona costituisce il nucleo agricolo dell’Azienda di Alberese che Leopoldo II di Lorena (1797-1870), Granduca di Toscana, acquistò dai conti Corsini di Firenze nel 1839.
Inizia il cammino. Un lungo rettilineo a disposizione di piedi e due ruote (non motorizzate). Il sole oggi è caldo e irraggiungibile. Nessuna nuvola nei dintorni da usare come appiglio per avvicinarlo. Il panorama ha un non so che di nordamericano. Sarà la totale assenza umana a parte il sottoscritto o la percezione di uno spazio sconfinato e un po’ selvaggio, ma qualche reminescenza documentaristica si consulta con i miei ricordi, e il risultato è una sensazione di estrema libertà.
Un anomalo paesaggio biancastro intanto irrompe alla mia destra. Pare quasi una laguna pietrificata. Sono le Saline San Paolo, un luogo formatosi grazie al disseccamento delle alghe che vivono nell’acqua (presenti da autunno a primavera, ovvero nei periodi piovosi dell’anno) e che d’estate formano questo velo che ricopre la vegetazione. A dar ulteriore manforte, l’erosione costiera degli ultimi anni che ha causato una sempre maggiore salinizzazione di questa zona.
Il colore azzurro intenso dell’Ombrone in confluenza col Mar Tirreno inatnto, guadagna sempre più metri dentro i miei occhi sbilanciati verso l’orizzonte. Superato un ponticello e l’adiacente edificio utilizzato dalla Guardia Forestale, mi avvicino al delta del fiume. Un magnifico esemplare di airone cenerino se ne sta lì, appollaiato su di un ramo sporgente. Pare meditare. Guarda diritto a Oriente imperturbabile. Nemmeno il rumore dei miei passi lo infastidisce.
Abbandonato l’amico pennuto, il mio sguardo torna tra cielo e alberi, alla ricerca di un nuovo e prestigioso ospite sbarcato in Italia quest’anno, e proprio vicino alla foce del fiume Ombrone. Il falco pescatore. Dopo 42 anni una coppia di questo rapace (Pandion haliaetus) ha nidificato sul suolo italiano. Proprio in un’area palustre vicino a dove mi trovo. Un evento davvero unico, considerato che l’ultima nidificazione documentata in Toscana risale al 1929, sull’isola di Montecristo (Li).
La strada intanto si trasforma in una lunga passerella in legno. Pur essendo ancora lontano dall’osservatorio ornitologico, situato alla fine del percorso e da dove, armato di pazienza, potrò aspettare di riconoscere le svariate specie di uccelli che frequentano le zone umide del Parco, ecco che alla mia sinistra, a pochi metri dall’Ombrone, una piccola volpe irrompe nel panorama. Resto paralizzato. Non immaginavo di poter vedere uno di questi magnifici esemplari a così poca distanza.
Nel silenzio della vastità maremmana, il mio gps cerebrale si riconnette magicamente con la melodia di un vecchio consorzio di suonatori indipendenti, le cui parole dedicate a nomadi, pellegrini e carovane affaticate, invocano stupore, la fioritura della terra e “l’ooohooohooo di meraviglia ai prodigi”. Non chiedo altro per oggi. Nessun richiamo ai brusii della folla. Solo un costante desiderio di essere inondato di questa naturale vita quotidiana.





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