Il giovane soldato confederato mi si piazza davanti con il moschetto al fianco. Seguendo gli ordini scanditi con voce tuonante da un immaginario ufficiale, estrae la cartuccia di carta con la polvere nera da una borsa appesa alla cintura. Con i denti ne strappa la parte superiore, versa il contenuto nella canna dello Springfield 1861 e lo pressa con una bacchetta di metallo.
Da un’altra tasca estrae la pallottola calibro 0.59, la infila nella canna e pressa anche quella. Poi alza il cane del moschetto e inserisce una piccola cartuccia di ottone con il fulminante. Imbraccia il fucile, lo punta contro il muro che ha davanti e fa fuoco. Il tonfo è assordante e una nuvola di fumo nero e acre si spande nell’aria.
Ma dove sono finito? Sono a Governors Island, a fianco della vecchia fortezza costruita nel 1811 per difendere New York dai colpi di cannone di un eventuale attacco britannico. Il soldato è un volontario che elargisce spiegazioni a chi lo vuole ascoltare. E’ un giovane americano di oggi, pieno di entusiasmo e che il senso del ridicolo non sa neanche cosa sia.
Sono arrivato sull’isola con uno dei traghetti che la collegano a Manhattan durante i mesi estivi. Sapevo che era stata per anni chiusa al pubblico e riservata all’esercito, che vi aveva costruito fortificazioni, caserme e alloggi per gli ufficiali. Ma non mi sarei mai aspettato di guardare lo skyline dei grattacieli da circa ottocento metri di distanza vivendo al tempo stesso in un’altra dimensione temporale.
L’unico segno che il tempo passa, a Governors Island sembra essere la fortezza affacciata sui grattacieli di Manhattan. Nei primi anni del Novecento fu trasformata in carcere militare e come carcere si presenta al visitatore di oggi. Nel cortile interno si aprono le celle chiuse da robuste sbarre che ricordano tanto i film americani di ambiente carcerario degli anni Cinquanta-Sessanta. Il 1965 è l’anno in cui la prigione è stata chiusa.
Nel resto dell’isola il tempo è rimasto fermo. Passeggio per Colonel Row, un viale alberato, la strada principale di questo anacronistico villaggio a un tiro di schioppo da New York. In fondo c’è una cappella di legno dipinta di grigio. Alla mia sinistra le belle case di mattoni rossi e verande con sottili colonne di legno laccato in bianco, costruite nella seconda metà dell’Ottocento in uno stile che già era datato (il cosiddetto Greek Revival) nella speranza di invogliare gli ufficiali dell’esercito ad andare a vivere in un posto che era anche allora così vicino eppure così lontano dal centro del mondo.





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