Immedesimatevi nei vostri occhi: girandoli verso sinistra vedrete la povertà, cumoli di sporcizia, sofferenza, sfruttamento e invece girandoli verso destra vedrete cinguettanti usignoli che si specchiano nelle pulite e cristalline acque di una piscina condita di bikini e animatori festanti.
Girate a sinistra e poi voltateli di nuovo a destra. Lasciate che l’odore marcio della sofferenza si mescoli ai profumi dell’asettico lusso.
Tutto questo è in sintesi la presenza di bellissimi villaggi turistici in luoghi del mondo dove non lontano dalle tue infradito si consuma la tragedia umana. Ma c’è chi a questo freddo modo di fare affari contrappone un calore. Un calore che prende il soffio vitale dell’Africa mai doma.
Ci troviamo a Kumbali nello stato di Malawi e il progetto in questione è quanto di più semplice si potesse pensare: invitare il turista a calarsi nell’africanità, vivendo africano, mangiando africano, dormendo africano a stretto contatto con la vera realtà di questi luoghi.
In un villaggio fatto di capanne create con i mattoni di fango, assi e canne di pino, il turista potrà spendere i propri soldi sapendo che questi ultimi andranno a foraggiare le numerose famiglie africane che in questo progetto si sono coraggiosamente lanciate.
“Abbiamo visto che il Malawi ha molto da offrire culturalmente parlando – afferma Scot Gray, il gestore del villaggio – ma nessuna struttura aveva ancora pensato di svilupparsi in questa direzione”.
Ricchezza che si crea in loco per rimanere proprio dove è nata. “Io non riuscivo nemmeno a comprare un pugno di sale per la mia famiglia, ma adesso la mia intera vita è cambiata”, parola di Sikoti, una delle decoratrici delle capanne che prima di ricevere questo impiego viveva sul limite della povertà.
Anche la vendita di manufatti locali sembra andare a gonfie vele come racconta Samson Kankhande, un tempo venditore ambulante nelle strade della capitale: “I turisti hanno paura di fare acquisti nelle strade perché temono d’incorrere in truffatori o ladri, ma questo luogo invece fa crescere la fiducia dei visitatori”.
Un misto di ottimi servizi, rispetto per le persone e rispetto dell’ambiente. Il villaggio è formato da una dozzina di tradizionali capanne che possono accogliere ciascuna dai due ai quattro ospiti, una sala conferenze da un centinaio di posti (anch’essa in stile tradizionale), un negozio di perle, un negozio di quadri e un bar dove si serve il cliente nel tipico rispetto della tradizione africana.
In più si offrono anche serate intorno al fuoco animate da gruppi folkloristici ovviamente formati da abitanti delle zone limitrofe. E la clientela sembra entusiasta.
“Se il governo assisterà il proprietario nel trasferire quest’idea ad altre aree potremmo iniziare a pensare di dare fine alla povertà proprio utilizzando le risorse del turismo sostenibile”, afferma Simon Phatiko, ospite del villaggio.
Un sogno che potrebbe essere realtà. Finalmente.





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