Un nulla pieno di tutto diremmo. Perché solo nel vuoto del silenzio si può incontrare ciò che allo spirito manca, ciò che il frastuono d’esistenze caotiche ogni giorno ci nasconde con tanta bravura.
L’uomo al cospetto dell’immenso. I Magredi tecnicamente è un’area della provincia di Pordenone formata da coni detritici d’origine alluvionale che a forma di ventaglio spazia dalle montagne di Montereale Valcellina e Maniago fino a toccare il territorio di Cordenons e, appunto, di Pordenone.
Un territorio brullo e asciutto come lo stesso termine magredo suggerisce. Un territorio che va a toccare numerosi paesini che per anni hanno dovuto lottare con l’aridità, con le dure pietre e con un destino costantemente sbilanciato verso l’emigrazione.
E i protagonisti di questa storia sono proprio tre. I due fiumi, Cellina e Meduna, e la loro preziosa acqua, croce e delizia di questi luoghi. Proprio nel loro quasi infinito letto cerco quel senso profondo che lega questa gente alla loro terra.
“V’è una parte del Friuli dominata dai letti dei fiumi Cellina, il Meduna, così vasti che attraversando i loro guadi si ha l’impressione di non riuscire mai a guadagnare l’altra sponda. Qui le oasi verdi e boscose paiono isole sottili in mezzo a un mare di ghiaia e i paesi, rarissimi, dei borghi dispersi in un deserto stepposo”.
Parole dello scrittore Carlo Sgorlon alle prese con lo spettacolo che si apre davanti ai miei occhi. Uno spettacolo che addirittura pare affondare le radici nell’antica cultura celtica con il termine magus (campo, nell’antica lingua del nord) e ritus (guado).
Ma è l’acqua qui la vera protagonista che sembra veramente giocare con l’esistenza della popolazione. Bastano piogge abbondanti per scoraggiare ogni attraversamento e basta ancora meno perché il tesoro cristallino penetri e fugga nel sottosuolo. Quasi un dispetto per chi tentò d’addomesticare questo elemento di vita.
E ne sanno qualcosa soprattutto gli abitanti del paesino di Vivaro. Poche anime e la capacità di costruirsi un sistema d’irrigazione per sopravvivere alla lotta che qui si giocò tutta sul filo della pala e pic. Sassi, sassi e ancora sassi e quel biglietto pronto in tasca per emigrare cercando fortuna altrove.
Eppure lo stesso Vivaro con il suo nome e le sue antiche tradizioni ci racconta una storia di coraggio e d’ingegno: nell’antichità qui i romani vollero i loro vivai per la coltivazione delle piante e l’allevamento del pesce e la stessa festività di San Zuan legava strettamente questa popolazione al dono dell’acqua.
La festa, ora non più in vigore, coincideva con la manutenzione annua del sistema idrico del paese che, una volta prosciugato, donava succulenti gamberetti d’acqua dolce. Altri tempi, altre feste e altre “povere” ricchezze.
Una storia piena anche di curiosi aneddoti: nei secoli, grazie allo sterco dei cavalli delle numerose popolazioni barbare di passaggio, furono importati involontariamente qui semi e specie di piante introvabili in tutta Italia.
Ma è tornando sugli immensi spazi delle grave (i letti dei fiumi) che il cuore si apre allo spettacolo. Il silenzio, dicevamo, parla più di qualsiasi rumore e l’apparente vuoto di questi paesaggi racconta più di ogni altra cosa la grandezza di una natura libera, intatta e a tratti commovente.
Il Friuli, i friulani e le loro acque.





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