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Magie del deserto algerino - foto : Nel nulla desertico si erge un arco di roccia © Gianfranco Corino
Nel nulla desertico si erge un arco di roccia © Gianfranco Corino

Magie del deserto algerino

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Algeria. Terra dell’Africa del nord. Terra di fuoco, parzialmente occupata dal deserto del Sahara. Altopiano del Tassili. Remota distesa di sabbia e rocce, non distante dai confini con la Libia e il Niger.

Il viaggio per il deserto inizia da Djanet, città frenetica, affollata, dedalo di stradine in cui, aromi speziati si confondono all’odore del sangue e della sporcizia. A Djanet si fa scorta di acqua e di viveri, si noleggiano asini e dromedari, indispensabili per trasportare i bagagli.

Camminare nel deserto non è cosa agevole, almeno per chi non è abituato alle movenze, sinuose e traditrici, delle dune sabbiose.

Quando il vento soffia porta con sé, fin sull’altopiano, ogni invadente granello di sabbia. Polvere fine e maledetta, che entra negli occhi, nei vestiti, in bocca, nella pelle e dalla quale sembra davvero impossibile trovare riparo.

Ma la fatica è ricompensata ampiamente dalla bellezza del paesaggio. Un deserto d’alta quota, in cui l’asprezza delle rocce contorte si alterna e si contrappone alla dolcezza dei rilievi.

In questo deserto algerino, il Tassili, le dune sono disegnate con perfette simmetrie geometriche e sembrano essere tagliate da una lama affilata. Il vento le modella a proprio piacimento, come un sapiente scultore con l’argilla.

Cambiano aspetto e forma ad ogni afflato di Zefiro, così che nulla, nel deserto, abbia la stessa forma per più di qualche ora. Così che nulla, nel deserto, sia sempre la medesima perché qui tutto è in continua evoluzione. Tutto è moto.

In queste viscere di sabbia dorata e rossastra al tramonto, si trova uno dei tesori dell’umanità. Si trova nelle profondità delle grotte, tra gli anfratti delle rocce, all’ombra dei giganteschi pinnacoli.

Invisibili all’occhio umano, soprattutto se inesperto e disabituato come quello occidentale che soffre e deve proteggersi dalla accecante luce, si nascondono migliaia di pitture rupestri, vecchie di centinaia di secoli, che fanno di questo luogo il più grande museo a cielo aperto del mondo.

Il Louvre del Sahara, come qualcuno l’ha definito.

Qui, incise sulle pareti di alcune grotte sono conservate, mirabilmente, le testimonianze del passato. Di un altro tempo. Di un altro mondo.

Le opere che si osservano nei diversi siti sono incredibilmente varie, nei colori, nelle dimensioni, nelle forme artistiche. Ci sono ritratti di grandi animali selvatici, giraffe, elefanti, antilopi, ippopotami, struzzi, rinoceronti, ma anche bovini domestici, figure umane, scene di caccia, di pastorizia, di vita quotidiana, attribuibili a periodi diversi databili dal 7.000 avanti Cristo all’epoca storica.

La scoperta si riconduce ad un giovane tenente dell’esercito francese, Charles Brenans che, nel 1933, mentre attraversa il canyon dell’Uadi Djerat alla guida del suo plotone, in un’area all’epoca quasi inesplorata, si imbatte fatalmente in alcune grandiose pitture.

Soltanto molti anni più tardi, verso il 1956, il mondo scientifico si rende davvero conto dell’importanza di tale scoperta. Studiosi e antropologi avviano una certosina esplorazione dell’altopiano per catalogare le pitture già scoperte e individuarne di nuove. Un attento lavoro che prosegue ancora oggi, perché, con molta probabilità, gli angoli più remoti del Tassili custodiscono molti segreti in attesa di essere rivelati.

Proprio in considerazione dell’alto numero di siti bisogna pianificare una permanenza sull’altopiano di almeno sette, dieci giorni, per poter ammirare le pitture più importanti o meglio conservate.

Queste immagini offrono un’idea di come appare il Sahara qualche migliaio di anni fa.

Oggi quello del Tassili è un ambiente ostile alla vita, arido e inospitale. Ma non è sempre stato così.

Al posto dell’interminabile distesa di sabbia e rocce arroventate, la terra del passato accoglie fiumi, paludi e foreste lussureggianti. Un luogo fertile dove prosperano elefanti, giraffe, antilopi, bufali, ippopotami. E naturalmente uomini. Cacciatori e pastori, ma anche artisti, che hanno lasciato la loro testimonianza. Affreschi che raccontano l’esistenza di un mondo perduto per sempre.

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LIBRI

Trenta anni di Sahara

"Sahara nel Regno della Fata Morgana. Ricordi di trent'anni di viaggi sahariani" di Pacifico Claudio - Edimond, 2007

Diario di bordo di un viaggio nel Sahara

"In pieno deserto, diario di bordo di un viaggio nel Sahara" di Théodore Monod - Bollati Boringhieri, 2010



2 commenti a “Magie del deserto algerino”

  • Giuseppe alle ore 12:21 am scrive:

    Tutto vero. Solo che Djanet non mi è sembrata affatto” unacittà frenetica, affollata, dedalo di stradine in cui, aromi speziati si confondono all’odore del sangue e della sporcizia”, ma un tranquilllo e sperduto paesino africano, un po’ antico e un po’ moderno e nel deserto non credo ci siete andati a dorso di asini e dromedari ma con la jeep di Ahmed Bendahan. Entrambi compaiono nelle foto e con lui sono stato nel deserto a dicembre

  • Monica alle ore 10:30 am scrive:

    Buongiorno Giuseppe, la città appare ad ognuno in modo diverso, forse dipende dal periodo in cui la si vista e dallo stato d’animo del viaggiatore. E per il deserto, il viaggio è stato compiuto in entrambi i modi da persone diverse. Ad ogni modo è sempre bello codividere le impressioni di un viaggio nello stesso posto. Lo si scopre uguale e divefrso al tempo stesso. Grazie per aver scritto il tuo commento. Ti auguro di vivere presto un’altra avventura spettacolare come questa in Algeria.

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