Che si riduca a “MSG” o si apostrofi con il semplice “The Garden” non conta. Questo luogo è nell’animo degli abitanti della Grande Mela e di rimando un po’ anche nella vita di ogni americano che dalla nascita lo sente rimbalzare nelle orecchie tramite radio e televisioni.
Quarantuno anni al servizio del tempo libero e quarto di quattro reincarnazioni che gli hanno fatto guadagnare l’appellativo di The World’s Most Famous Arena. Un luogo di pellegrinaggio per il tempo libero all’ombra della Statua della Libertà.
Sedersi sui seggiolini e dare via al teatro dell’immaginazione. Rivivere le prime versioni della struttura con le corse di biciclette di fine ‘800, passare per le fumose platee di signore impellicciate al cospetto dei maggiori campioni di boxe a cavallo tra le due guerre e per finire il biondissimo Hulk Hogan che vince il suo primo titolo mondiale negli anni ottanta.
Ed è come sedere al fianco di Christopher Lambert tra la folla impazzita nel mentre il pensiero è solo quello di sapere che nel parcheggio sottostante c’è un immortale pronto a combattere. Ma immortale è anche la struttura in sé. Qui immortale è veramente ogni singola mattonella, ogni singolo seggiolino, ogni singola trave.
Come ogni luogo di New York è parte vivente della cittadinanza, della vita della metropoli. Centinaia di migliaia di lacrime scesero sulla platea che unita ricordò le vittime dell’attentato alle Torri Gemelle. Era passato poco più di un mese e il vecchio The Garden svolse da prima cura alle ferite dell’animo di una città piegata dal dolore.
Ma è il rumore della felicità che non si può cancellare da queste rotonde pareti. Che s’immagini gli occhi dei fan degli U2 o dell’immortale Springsteen poco importa. Addirittura rimane indelebile lo spirito orgoglioso dei laureandi che qui hanno coronato i loro studi con la tipica manifestazione di proclamazione annuale.
Molti di questi momenti sono scritti indelebilmente anche nella storia dell’arte. Piccoli pezzi di realtà intrappolati nell’obiettivo del famoso fotografo George Kalinsky. Un artista che fece scherzosamente dire a Charles Dolan, presidente di una compagnia televisiva:
“Quando mi chiesero di comprare il Madison Square Garden dissi che non sapevo, erano tanti soldi quelli che mi chiedevano. Poi mi spiegarono che con il Madison Square Garden mi avrebbero dato anche Kalinsky. E allora dissi subito che l’affare era fatto”.
Ed è proprio dalle sue foto che si capisce il significato di questo luogo: da una città caotica, veloce, votata all’economia ecco spuntare la vita dell’essere umano purificata da ogni orpello sintetico che il mondo gli cuce addosso.
Dallo sforzo ginnico alle pose plastiche di un perfetto Elvis Presley. Dallo sguardo acceso di un Muhammad Ali al volo dolce di una pattinatrice sullo specchio fatato di uno strato di ghiaccio artificiale.
Su questi seggiolini c’è la storia di una città. Questo posto non soltanto è la mecca dello sport e dello spettacolo. Qui vive il brivido vitale di una città che non riposa mai. Questo è il Madison Square Garden e questa è New York City.





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