Quando la cultura è denuncia e messaggio, si faccia da parte ogni critica cinematografica, e si punti verso quello che può risvegliare. Far comprendere e conoscere. E denunciare, a dispetto dell’omertà frusciante che nei modi più disparati continuiamo a sostenere.
Alla Mostra del Cinema si parla di diritti violati. Di un popolo che vuole legittimamente vivere nella propria terra. Gli Indios. Col film Birdwatchers – la terra degli uomini rossi, il regista Mario Bechis, apre il registratore per la loro voce. E sono venuti a Venezia alcuni di loro. Abrisio Da Silva Pedro, Alice Batista Cabreira, Ademilson Concianza Verga, Ambrosio Villhalva ed Eliane Juca Da Silva.
“Non c’è giustizia per i poveri. I potenti hanno i loro avvocati. I loro giudici. Abbiamo bisogno d’aiuto” dice Ambrosio, “La speranza deve diventare più forte del suicidio cui molti di noi vanno incontro”.
Lacrime e rabbia per Eliane. Per denunciare la condizione in cui sono costretti a vivere. Con sempre meno foresta per cacciare e pescare. Con la quasi totale mancanza di opportunità per i giovani. “Perché noi abbiamo rispetto della vostra cultura, e non il contrario? C’è bisogno di reciprocità”.
C’è un Brasile che non conosciamo. Un realtà dove il colonialismo di fatto non è mai cessato. Si è solo aggiornato. Modernizzato. Oggi la potenza economica dell’agricoltura impone che legittimi diritti umani (ed elementari) siano sacrificabili in nome di un guadagno della potente casta di turno.
In un’altra sede del Lido di Venezia invece, in occasione del Kinéo Premio Cinema Italiano, è andata in scena la prima edizione del Movie for Humanity Award, premio dedicato all’impegno sociale degli artisti, e progetto nato dalla collaborazione tra S. Pellegrino e la Biennale Cinema.
Ad aggiudicarselo, è stata la celebre attrice americana d’origine israeliana Natalie Portman. Il premio, consistente in un trofeo di cristallo e “irrobustito” da un assegno di cinquantamila euro, è stato destinato dalla giovane (classe ‘81) artista al TACARE Girls’ Scholarship Program.
La bambina-protagonista del film Leòn (insieme a Jean Reno) è cresciuta ed è diventata una donna matura e impegnata. Da tempo ormai, sostiene il Jane Goodall Institute, organizzazione no-profit che si occupa della ricerca e salvaguardia della natura, dell’educazione, il suo rispetto e della sua tutela.
Fra i suoi programmi, c’è appunto il TACARE Girls’ Scholarship Program, che offre istruzione alle ragazze e giovani donne distretto del Kigoma, per consentire loro di trovare un’occupazione in diversi campi, anche dopo sposate. Oltre che con la povertà infatti, devono anche fare i conti con la pesante discriminazione nei loro confronti.
Le ginocchia non devono continuare ad essere il giaciglio dei nostri buoni propositi abbandonati. Il tempo passa e il numero di persone che soffre, aumenta sempre di più. Ognuno è ancora in tempo per fare la differenza per un mondo fatto di persone di carne e ossa. Giustizia e impegno devono cessare di essere un fulmine passeggero che si nasconde sotto foglie tramortite.
Ho un sogno. E non voglio più doverlo urlare nella pausa fra un grido e una lacrima.





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