Uno skyline che alterna senza soluzione di continuità splendidi palazzi art – decò e grattacieli in vetro/acciaio a modeste casette in muratura rossa. Un’iniziale impostazione industriale declinata col tempo in arte postmoderna. Benvenuti a Liverpool, la città che ha fatto del contrasto la propria forza.
A vegliare sul destino dei suoi cittadini, il profilo delle Tre Grazie, complesso di palazzi inizio ‘900 sulle rive del fiume Mersey. Ma soprattutto loro, i quattro Beatles, i cui visi sono rintracciabili ad ogni angolo.
Buona parte dei passeggeri sul mio volo, infatti, è in pellegrinaggio “musicale”: inevitabile, quando si arriva a Liverpool, non visitare i luoghi dove Paul, John, George e Ringo hanno vissuto e composto le loro canzoni. C’è chi si fionda al 10 di Mathew Street, al Cavern Club, dove i fab four debuttarono nel 1961. C’è chi invece si dirige a Stanley Street, dove si trova la statua di Eleanor Rigby, dedicata a tutte le persone sole (“all the lonely people”).
Ma sarebbe riduttivo catalogare Liverpool solo come la patria dei Beatles: questa città ha sempre vissuto a stretto contatto col suo bacino fluviale e marittimo. Lo scorrere dell’esistenza segue quello del Mersey, che sfocia nel mare d’Irlanda. Per capire come la vita degli Scousers (soprannome della cittadinanza) ruoti attorno al porto, basta fare un giro tra i caratteristici Docks, dal 2004 patrimonio dell’Unesco: quelli che una volta erano antichi impianti portuali, sono stati riconvertiti in locali alla moda, ristoranti, musei.
Una città camaleontica, seconda solo a Londra per fermento artistico, che nel 2008 è diventata capitale europea della cultura. Alla Tate Liverpool, il museo d’Arte Contemporanea nell’Albert Dock, visito una mostra dedicata alla scultura moderna, passeggiando tra le opere di Degas, Picasso, Matisse. Mi sposto poi al Walker Art Museum, in William Brown Street, e resto affascinata dalla collezione pre-raffaellita qui esposta, dove trionfano atmosfere romantiche ed eteree figure coi capelli rossi.
Ma la frenesia dei luoghi beatlesiani, alla fine, contagia anche me. Decido di deviare dal mio percorso e mi dirigo a Penny Lane. Con un pizzico di delusione trovo una via quasi “anonima”, dove casette all’inglese si alternano a drugstore. Una targa indica dove mi trovo: per molti però quello non è solo un cartello stradale, ma un cimelio, tale da essere più volte trafugato dai turisti, tanto da costringere il Comune a scrivere il nome della via sui muri.
Mentre mi dirigo all’ostello passo in prossimità di Anfield, lo storico stadio della città. Bobbies e steward presidiano gli ingressi: si sta giocando una partita di Premier League. Nel trambusto che caratterizza sempre una partita di calcio, distinguo però un coro limpido e potente. E’ “You’ll never walk alone” l’inno che si innalza dalla Spion Kop, la tribuna riservata alla tifoseria di casa: e nella brezza che spira in questa serata autunnale, nemmeno io sento di essere da sola tra le vie di Liverpool.





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