La storia non è certo avara di eventi tragici soprattutto qui, nel Libano del sud. Incerto confine d’una nazione in bilico. Bufali di ferro con regole di latta che si scontrano in praterie di caos, impantanati in lagune di etnie, religioni, poteri e “rese dei conti”.
Da Bkerkacha, una distesa d’ulivi scivola verso la costa fino a Tripoli, Sidone, Biblo e Tiro, millenari centri marinari del Libano. Scrigni d’oro dei Fenici ancora non tutti aperti. Aromi seducenti dei khan, brulicante languidità dei porti, quartieri vecchi e nuovi. Città adagiate su lingue di terra che si gettano nel Mediterraneo. Gioielli preziosi, eredità dell’antica civiltà fenicia.
Navigatori, colonizzatori e inventori dell’alfabeto, suoni e segni combinati fino a comporre poemi e racconti. Della Tiro fenicia non resta molto in superficie. Le vicende di roccaforte imprendibile fatta di assedi, difese e lacrime di donne è scolpita sulle rovine originarie, sugli scogli del presente e nel volto della gente. E’ il pianto di Sour lontano migliaia d’anni che valica ogni confine. Un lungo lamento del tempo.
Tra nodi irrisolti e incognite che pesano come massi sul futuro, sunniti, sciiti e cristiani convivono sulle strade, nei mercati che in Libano prendono il nome di Khan, come lo splendido Khan el-Khayyatin (suq dei sarti) a Tripoli e Khan el-Franje (suq dei francesi) a Sidone.
Sotto un sole arrabbiato, esposta al dolce vento Tiro ascolta le onde mentre sulla battigia i discendenti dei Fenici costruiscono barche in un’atmosfera velata dal profumo di kibbi Samak (polpette di pesce e peperoncino) e maghrebiya, zuppa di manzo e ceci. Nella locanda del porto Vecchio, lo sguardo scivola sul Mar di Tiro. Fragranze d’hashish, petrolio e vernice.
Oltre il faro, scheletri d’imbarcazioni, officine di riparazione, rintocchi di campane e la nenia del Muezzin. Chiassi di vita s’infiltrano tra minareti, madrassas e il campanile della chiesa nel quartiere cristiano affacciato sul mare.
L’antica Sour, in arabo “Roccia” si sviluppò su due isole di fronte alla costa. A nord, la più grande col porto e i quartieri commerciali. A sud, sorgeva un tempio dedicato a Zeus. Nel X° a.C. il re Hiram unì le due isole la cui colmata dotò la città di un ampio spazio aperto per le attività pubbliche e per il mercato.
Verso il Mille a.C. il porto di Tiro, il più capace e attivo di tutta la costa siro-palestinese, diventa sede di intensi traffici. Legnami pregiati, olio, vino, vetro soffiato e porpora. La fama di città inafferrabile di cui Tiro andava fiera fu rotta da Nabucodonosor nel 572 a C. e da Alessandro Magno nel 332 a.C. Passò sotto Roma nel 64 a.C. per finire nelle mani degli Arabi che la distrussero.
Ma il mare su cui sembra scivolare la città nasconde ancora molto. Hassan si tuffa dalla banchina e risale in superficie con una manciata di monete. Non è il solo. Esperti nuotatori trovano tutti i giorni monili antichi, utensili, vasellame, strumenti chirurgici, pezzetti di mosaici, collane e bracciali.
Tiro, 250 mila abitanti, è uno dei tesori artistici e culturali del mondo, tanto che l’UNESCO negli anni Ottanta l’ha dichiarata città da proteggere. La Via Reale punta dritta verso il mare cristallino. Colonne di marmo cipollino sembrano sorreggere il cielo. Schegge di mosaici circolari, l’arco di trionfo alto venti metri e centinaia di sarcofagi disseminati ovunque, ricolmi di ossa umane.
Scenario insolito, elegante, aereo nella sua sobrietà, più tacito del silenzio. Oblio che s’intreccia col sole e col mare. Dalla Necropoli si dirama il grandioso ippodromo dove trentamila spettatori applaudivano le corse dei carri. Largo 500 metri e lungo 160, l’ippodromo di Sour è il più grande del mondo.
Al limite orientale della città, nel 2008 è stato ritrovato un cimitero quasi intatto risalente tra il nono e il settimo secolo avanti Cristo. Sicuramente potrebbe fornire dati chiave sull’antica civiltà marinara e preziosissime informazioni per meglio comprendere la storia dei Fenici.
Seppur disciolta nel fluire della vita quotidiana, c’è tensione a Tiro e dintorni. Diventa densa e palpabile in due luoghi, vicini e simili nel loro esser muti e a prima vista immobili. Di là, l’occhio vigile delle torrette israeliane, sono pronte a segnalare anche un flash di troppo.
Meno di venti chilometri tra Libano e Israele. Confine insanguinato dalle ferite d’ieri e d’oggi. “Mani sulla testa”. Cheeckpoint di Ras al-Naqoura. Da una parte il campo profughi palestinese, dall’altra la Blu Line segna un limite che non c’è. Un gabbiotto di soldati libanesi, filo spinato e in lontananza qualche casco blu dell’ONU.
Proprio qui si sta combattendo l’eterna “guerra d’attrito” tra Hezbollah ed esercito israeliano sotto gli occhi miopi del mondo. Nel “villaggio”palestinese, un ammasso di baracche e casupole, i bambini giocano oramai assuefatti agli improvvisi “fuochi incrociati”. “Sahafi (giornalista in arabo) qual’è la nostra terra?” Giovani donne, anziani, ragazzi lo chiedono con dignità. “Non lo so, giochiamo a pallone e prendiamo un Ciai, tè. Shokram, grazie ”. Parole strozzate in gola.
Tra Libano e Israele, campi palestinesi e kibbuz israeliani si trovano gli uni di fronte agli altri, separati solo da una striscia di terra e da un filo spinato. Entrambi esposti a razzi, mine e bombe pronte ad esplodere in una spirale d’odio impazzita di cui spesso si dimentica l’inizio.
Shalom.. Salam.. Pace. Al mondo intero spetta il compito di cancellare quella frontiera che sanguina “d’islamici ed ebrei”, di palestinesi e israeliani, di soldati e civili. Quando quella Linea Blu diventerà un buon confine, per dirla con David Grossman noto scrittore di Tel Aviv, i popoli di queste terre potranno conoscere “com’è vivere senza vedere minacciata la propria esistenza”. A noi tutti spetta abbattere i muri della mente.






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Grazie per quest’articolo scritto con inteliigenza e cuore. Sempre un grande piacere viaggiare con Marta Forzan, anche se in fantasia!
Grazie Zaza. Il mio primo viaggio l’ho fatto con te molti anni fa,nella tua terra l’IRAN. Ci torneremo insieme quando il mondo volterà pagina.
Ti abbraccio
marta