Un sorriso di secoli fa. Il vecchio frate maronita con l’abito scolorito dal tempo e dal sole non s’aspettava visite. Ma sul vecchio tavolo è pronto il “markouk”, un pane morbido, piatto, leggero da gustare con l’hummus.
Il santuario di St. Antonio di Qozhaily costruito nel 1855 sulle fondamenta di un antico convento, ospita cinque monaci maroniti non privi di prudenza e di memoria. Isolato, domina la valle della Kadisha nel Libano settentrionale.
Con passi lenti ma con uno slancio di generosità percorre un sentiero aggrappato alla collina verso la Grotta dei Pazzi del 750 d.C dove folli e posseduti venivano legati per mesi a catene ancora ben visibili, in attesa di una guarigione miracolosa.
Mani nodose sfiorano un fiore rosa, “sabun arab”. Affascinato da quel gioco come un bimbo saggio, lo immerge nell’acqua ed ecco uscire una schiuma densa e profumata. E’ il sapone dei beduini col quale i pastori usavano lavarsi.
Il nord è costellato da antichi villaggi, monasteri ed eremi scavati nella roccia. A picco sul nulla. Il più alto è Bakafra, il paese dell’anacoreta-pastore St. Charbel, beatificato nel 1976. Tutta la zona apparteneva ai cristiani maroniti e molte sono le cappelle rupestri.
Grotte carsiche e anfratti dove si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni o per meditare. Sullo sfondo le cime dei monti, spina dorsale del Libano col Qornet es-Sauda, alto 3.083 metri.
E di qui si passa anche per raggiungere Bcharrè e la Foresta dei Cedri, patrimonio dell’Unesco e simbolo del Libano. Un piccolo fazzoletto verde è quanto resta dell’enorme patrimonio forestale di un tempo.
Giganti silenziosi che spargono nell’aria l’inconfondibile fragranza. Dolce e sereno vivere su queste montagne sotto un tetto antico mentre il tempo sembra non contare più. Si vive in semplicità lontano dai rumori e dall’agitazione delle grandi città.
Natura mozzafiato. Profondi dirupi, fiocchi di verde a coprire le pendici dei monti, col giallo acuto della ginestra a ravvivare l’ocra di una terra a volte brulla a volte rigogliosa sotto l’azzurro intenso del cielo.
In lontananza svettano i campanili di Bcharré, la città natale dello scrittore, poeta e pittore Khalil Gibran, che seppe affrescare con parole e pennelli un Libano non certo da cartolina, penetrando nel profondo animo della popolazione e di una terra d’altri tempi.
Passando tra gli uliveti di Bkerkacha si arriva a Tripoli. Splendida, vitale, colorata. Un ponte di modernità unisce la brulicante parte vecchia alla languidità del porto El Mina. Boulervards e ville coloniali, grattacieli e khans. Pasticcerie e cafè.
Bruna di sterpaglia, la fortezza di Saint Gilles (Qalaat-Sanjil), capolavoro d’architettura francese del XII secolo, è quasi in stato di abbandono sotto un tappeto d’erba selvatica che ha cancellato il ricordo di passate fierezze.
La temperatura sale rapidamente. La luce è accecante e il sole domina sul piazzale di fronte alla Grande Moschea e sul Mediterraneo. Solo le tende delle botteghe offrono scheletrici spicchi d’ombra.
I rumori della città s’infiltrano nei vecchi quartieri, tra cupole colorate, minareti, madrassas (scuole islamiche), hammams (bagni pubblici), khans o suk. Creati tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo, sono il cuore arabo di Tripoli.
Khan al Khayyatin (suk dei sarti) costruito nel IV secolo dall’Emiro Badr ed-Din, Khan al Saboun ( suk del sapone), antico caravanserrhtaglio che ospitava le truppe ottomane. Sorrisi abbaglianti all’ombra di bottegucce nei vicoli dai soffitti a volta.
Fascino del porto El Mina. Qui, i vecchi temprati dal mare e dalla guerra si ritrovano negli antichi cafè turchi leggendo il giornale, giocando a carte. Si racconta di mare e di guerra tirando dal narghilè e sgranando il rosario.
Scende la notte, quasi più nessuno tra le vecchie mura. “La disperazione indebolisce la vista e chiude il nostro orecchio. Non vediamo altro che gli spettri del fato, e udiamo solo il battito del nostro cuore inquieto”, Khalil Gibran.





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Bravi!! Viene proprio voglia di partire!
Hai ragione! Io ci sono stato e ne vale davvero la pena.
L’atmosfera è magica.
Grazie a tutti, il Libano è una terra affascinante per la sua geografia ma soprattutto per il popolo che, seppur frazionato, rivendica da sempre libertà.
Marta