Jaisalmer: cos’altro è la città d’oro dei regni del deserto, se non una instabile palafitta eccessivamente vecchia per la sua scomoda sedia d’argilla? Jaisalmer morente come Venezia, pronta a implodere nell’arenaria gialla troppo, troppo fragile.
Jaisalmer appare come un miraggio nell’opaca luce d’alabastro del Rajasthan. Le merlature del forte sfocate dal calore sembrano fluttuare sospese al di là dei terrazzi; intorno il nulla, o meglio, il deserto, negazione di vita.
Eppure Jaisalmer è la meta turistica più gettonata dagli occidentali, a dispetto della sua posizione, inerpicata com’è verso il Pakistan, e nonostante l’inospitale distesa di sabbia che la circonda, rendendo torride le sue sonnolente giornate.
E un’eccezionale vitalità contraddistingue anche i suoi abitanti, fieri e orgogliosi, ma soprattutto abili mercanti, così come da tradizione, poiché Jaisalmer era la porta dell’India per gli arabi, finché il suo prestigio resse allo splendore di Agra e di Akbar.
Una volta superate le mura del forte ed entrati nel dedalo di vicoli che lo contraddistinguono, una nuova civiltà si schiude ai vostri occhi e nulla vi sembrerà bizzarro da quel momento.
Le imponenti porte del tempo si schiudono lentamente, un uomo semplice compare sulla soglia stringendo a sé un lungo e nodoso bastone, poi con aria compiaciuta si rannicchia in un angolo e dal tempio escono numerose mucche: è l’India, ma è oltre l’India stessa.
Tuttavia Jaisalmer vive di turismo. Ciascuno dei sessantamila abitanti della città è in grando di offrirvi un’escursione nel deserto a dorso di cammello. Ognuno promette il prezzo migliore, l’animale migliore, il giro migliore e la durata maggiore.
La verità è semplice: i procacciatori di cammellate sono una potentissima lobby e hanno saggiamente deciso di fare cartello ai danni dei consumatori dalla pelle chiara e il portafogli gonfio. Spesso, poi, questi ultimi cedono alle profferte per semplice sfinimento.
Una cosa bisogna sapere: a Jaisalmer tutti si conoscono e in breve tutti ti conoscono, per cui non stupitevi se persone che non avete mai visto prima vi chiameranno per nome, salutandovi affettuosamente.
La spiegazione è semplice: per il vostro albergatore voi non siete semplici ospiti delle sue scomode stanze, ma un cliente nel più ampio senso che è possibile dare a questa parola.
Infatti, lui vi dirà con che cammelliere andare; lui vi dirà da chi acquistare souvenir; sempre lui saprà indirizzarvi nel miglior bazar di stoffe; e ancora lui sarà in grado di indicarvi i migliori ristoranti. In India ogni informazione ha una percentuale di ricavo…
È nel suo interesse sapere in qualsiasi momento dove siete e se seguite le sue informazioni, per questo lo incontrerete spesso (troppo spesso!), o vi sentirete osservati dai suoi emissari, giovani ragazzi dai modi eccessivamente squisiti.
Ma Jaisalmer, tra le ombre ricamate delle sue haveli, non nasconde soltanto variopinti laboratori di arazzi o piccoli gioielli di arredamento indiano. Presto o tardi un ragazzo vi convincerà a seguirlo nel buio androne di una vecchia casa e voi, esitanti, lo farete.
Vi mostrerà pregiate stoffe, vi presenterà i suoi amici, giovani lavoratori di stoffe dalla vista già debole, vi mostrerà le anguste stanze in cui consuma la sua vita e, se ancora non vi avesse convinto ad acquistare nella sua cooperativa, vi narrerà una favola.
Questa è una favola triste che parla di amore, di sacrifici estremi, di obblighi religiosi e di guerra, di povertà e di disperazione; questa favola racconta l’India: questa è la storia delle vedove del deserto.
Un tempo lontano, ma ancora attuale, alla morte del marito, le donne indiane avevano l’obbligo morale (e non solo, spesso) di gettarsi nella pira funeraria del coniuge. A Jaisalmer, oggi, la pena è stata addolcita: ci si accontenta della clausura nel deserto.
Le vedove della città d’oro si ritirano nei villaggi sabbiosi del Thar a cucire, ricamare e realizzare capolavori di solitudine e desolazione, lontane dagli sguardi dell’umanità, lontane dalla vita reale, perduta per sempre insieme al marito.
Queste donne si accontentano di pochissimo, non si mostrano a nessuno e vivono con il poco che gli intermediari, come il nostro narratore, forniscono loro, rivendendo il certosino lavoro di quelle abili e stanche mani.
Lo sguardo stralunato del ragazzo non sempre convince gli avventori, allora lui, per dimostrarvi che ha grande fiducia in voi, vi confessa che la cooperativa vende agli stranieri i pezzi migliori, ma destina gli scarti al baratto.
Che tipo di baratto, vi domanderete? Nel deserto, risponderà lui con semplicità. In quella terra di nessuno gente povera e disperata si dà appuntamento per sopravvivere; il baratto come simbolo di una pace (im)possibile tra Pakistan e India.
Tra le dune, dopo faticose traversate a dorso di cammello, due carovane si incontrano: gli indiani trasportano banane e tessuti, i pakistani forniscono manghi e oppio. Il narratore pronuncia quest’ultima parola con una smorfia.
In quel momento trovate una spiegazione ai suoi tic, agli occhi arrossati, ai suoi modi instabili. La lunga strada che dall’Afghanistan conduce a Jaisalmer, termina nello sguardo sperduto del vostro cicerone, s’infrange nel velo scuro delle vedove.
E la bellezza dell’arenaria esaltata dal sole del deserto d’improvviso sbiadisce e rimane soltanto il triste lavorio di donne nascoste al mondo che tessono e cuciono affinché i figli muoiano d’eroina, affinché l’oblio sia definitivo.
È il karma, rispondono fatalisti gli indiani, il popolo più pacifico del pianeta. Una rassegnata accettazione del dolore domina le loro vite. Le vedove sanno tutto questo, ma va bene così: è il karma.
Lasciandosi alle spalle il deserto del Thar si prova un vago sollievo, come abbandonando una frontiera temuta e desiderata. I tuguri di fango nel deserto rimangono lontani dalla vista, ma non dal cuore di chi conosce la durezza di quell’eterno lutto autoimposto.
Nella sua ostentata vacuità dorata, Jaisalmer si rivela in realtà la più triste città rajasthani, oppressa dal suo destino di polvere, corrosa dall’ineluttabile logorio della sua arenaria, incapace di sopravvivere al suo passato di gloria.
Resta il quesito: quando il forte sprofonderà nel deserto, la luce del giorno tornerà ad illuminare i volti delle nere vedove del deserto?






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