Vedere le stelle nel silenzio è sempre sublime. Ma vederle nel freddo del Chiapas è un’esperienza che stringe il cuore.
Guardando il paesaggio che rapido correva dai finestrini, sentivo un feroce calore che mi scaldava il corpo. E, di tanto in tanto, alle emozioni visive mescolavo pensieri di storia recente. Ed erano loro, i pensieri, a farmi sentire vivo.
Chiedo all’autista se possiamo fermarci un attimo. Scusate se dal passato vado al presente. Ma vivere di ricordi è un’esperienza straordinaria. Quello che vissi, lo rivivo. Ogni qualvolta mi metto a pensare.
Scendere, sgranchirci le gambe, dico all’autista. La mia, in realtà, fu una scusa. Voglio avvicinare qualcuna di quelle facce meticcie che, velocemente, hanno attraversato la mia retina durante la marcia in auto.
Come in un messaggio subliminale ho capito la loro caparbietà, visto il loro ruggito rivoluzionario, assaporato la fredda rabbia contro i feroci capitalisti del governo centrale messicano. Il tutto in pochi, pochissimi frammenti.
Mentre mi concentravo sul paesaggio, il mio subconscio faceva scorte di facce meticcie. Appena varcato un cartello che recita qualcosa del tipo “state entrando nella regione rivoluzionaria del sub-comandante Marcos”, voglio fermarmi. Parlare con loro. Siamo dentro il cuore del Chiapas. Qui, i turisti, non vengono, al massimo si fermano qualche giorno a Palenque, o a San Cristobal.
Dissi all’autista “…sgranchirmi le gambe”, ma intendo “…passeggiare tra persone che hanno sofferto”.
Voglio fare, adesso come allora, quello che sento come il più bello dei mestieri. No, scusate, non è un mestiere, è un modo di mangiarsi la vita non cedendo mai alla noia, alla solitudine, all’ignoranza. Non darla vinta alla morte in definitiva. Fare il reporter.
Scendere, lì nel freddo pungente del Chiapas, e ascoltare persone che hanno visto il sub-comandante e sofferto le ingiustizie più odiose.
Sì, perché qui la rivoluzione ha vinto. E non si tratta di politica, ma di storia. Questa è una delle regioni più ricche di materie prime dell’intera America. La più fornita dell’intero Messico. E qui, i campesinos, perché qui sono tutti campesinos, nessuno escluso, erano tra i più poveri al mondo.
Sfruttati da grassi latifondisti collusi con il governo centrale messicano colluso con il governo degli Stati Uniti colluso con chi domina il mondo. Cioè i grandi magnati dell’economia. Sempre e soltanto loro.
La solita storia dei paradossi insopportabili: gente poverissima che abita terre ricchissime. E lì ci lavora fino a morire di stenti. A vent’anni son già vecchi, ma lavorano fin che campano, fin che le gambe gli reggono. Sempre in silenzio, senza mai alzare la testa.
Qui, la guerra condotta dai guerriglieri, ha portato benefici. Vedo i buchi nelle case, negli edifici, nelle chiese. Tutto crivellato da colpi di mortaio, di fucili, di pistola, di baionetta. Lo so, è ridicolo, la baionetta è un attrezzo da guerra che non esiste più da secoli.
Ma io voglio che sia la guerra a sparire, per cui voglio immaginarmi baionette che non ci sono. Così, tanto per sorridere, immerso in quello scenario tristemente strano.
Strano, sì, perché, in quell’ambiente notturno che pare un quadro di Chagall, i bimbi giocano e la gente lavora la terra. Finalmente sua, come è naturale che sia. Le donne, un po’ più grasse rispetto a dieci anni fa, comprano il pane. C’è anche il lusso della chiacchiera tra amici che si incontrano per strada.
E percepisco pure la leggerezza di qualche sorriso, almeno così mi par di vedere o ricordare. Insomma, si vive laddove c’è stata molta morte.
Bene, mi dico, ora i campesinos possono mangiare tre volte al giorno e, rivoluzione delle rivoluzioni, i bimbi vanno a scuola. E non nei campi quattordici ore al giorno per mezzo dollaro. Il tutto è nato da una guerra senza esclusione di colpi. Sacerdoti, bimbi e vecchi.
Male, penso, dal male è nato un po’ di bene. Come faccio adesso ad essere obiettivo, razionale? Non so perché, ma la violenza che nasce da violenza che genera altra violenza mi pare una spirale per niente affascinante.
Ma qui, ora, sono in molti a stare bene. I proventi del legname, che proprio in questa zona è tra i più pregiati al mondo, vengono finalmente suddivisi. Il tutto grazie a cannonate, spari e baionette invisibili.
Scendiamo dall’auto e subito il mio autista mi dice di non allontanarmi. Lo faccio lo stesso, lui mi prende il braccio e avvicina la sua faccia alla mia. Si fa scuro, molto scuro, “Stai attento, sei bianco, e, qui i bianchi non possono né vogliono vederli”
Solo in quel momento percepisco un pesante rancore provenire da vicini sguardi meticci. Osservate per un attimo la fotografia all’inizio dell’articolo. Così mi guardavano. Un razzismo al quale non ero abituato. Un razzismo alla rovescia.
L’autista mi prese con forza il braccio e mi trascina in auto. Vi ricordo che la mescolanza di passato e presente nasce dal ricordo del passato. Che è tuttora presente.
Ripartiamo litigando, lo insulto quasi, mentre gli indios si fanno vicini, pericolosamente vicini. Oggi, lo ringrazio e gli chiedo scusa.
A volte penso a questa storia modificando volutamente ciò che ho vissuto. Fermiamo la violenza, per Dio, affinché io possa vivere e ricordare quegli attimi in perfetta serenità.






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