Saigon, o meglio, Ho Chi Minh city. Ultima tappa del mio viaggio in Vietnam. Arriviamo di sera e la città ci accoglie con tutte le sue luci e il suo traffico di centro moderno e vivace.
Sono già lontane le immagini dei pescatori e delle loro piccole e curiose barche rotonde che ogni mattina di buon’ora si raccoglievano sulla spiaggia della tranquilla Mui Ne per contare e spartirsi il frutto del loro lavoro notturno. Al loro posto qui, solo macchine e motorini. E insegne luminose, ovunque e di qualunque genere.
Cominciamo a prendere confidenza con la città davanti ad una bia hoi e ad un piatto di pho – rispettivamente birra casalinga che va consumata in giornata e tagliolini di riso al brodo di manzo che costituiscono il piatto nazionale e più popolare del Vietman – lì sulla strada, dove le panche e gli sgabelli di plastica sono sempre troppo bassi.
Cammino tra le strade di quello che era il vecchio quartiere presidenziale, tra cyclo e motorbike che vedendomi con l’inconfondibile Lonely Planet in mano mi si avvicinano continuamente per offrirmi un passaggio.
Ha cominciato a piovere e la gente che vende mercanzia sulle strade si è subito adattata al repentino cambiamento climatico sostituendo la merce di prima – libri, guide, cappelli – con ombrelli e impermeabili a forma di poncho.
Passo davanti al Palazzo della Riunificazione, quello che un tempo era la sede del governo sudvietnamita, e con la mente vado al Giai Phong! di Tiziano Terzani, uno dei pochissimi testimoni occidentali della liberazione di Saigon da parte dei Vietcong. Fatico ad immaginare le sue descrizioni, sembra così lontano quel 30 aprile del 1975.
Saigon è stata ricostruita e le tracce di quella guerra americana sono state confinate in quello spazio chiuso che è il Museo dei Crimini di guerra Cinesi e Americani, ribattezzato Museo dei Residuati Bellici per non offendere troppo apertamente le parti chiamate in causa. Cambiato il nome, la sostanza resta.
Strano questo paese, mi dico mentre mi aggiro tra quelle foto orribili. Ha combattuto una guerra efferata contro l’America, durata 10 anni, per rivendicare il suo diritto all’unità e all’indipendenza dagli stranieri e ora si ritrova a corteggiare l’America e i suoi biglietti verdi.
Sì perché il dollaro circola in tutto il Vietnam come seconda moneta nazionale. E’ accettato e apprezzato – l’importante che si presenti integro – da alberghi, ristoranti, negozi, taxisti, persino sull’autobus locale, solo che lì poi non ti danno il resto e ti liquidano dicendo che non è una banca (a Saigon la corsa aeroporto-centro costa 2000 dong e un dollaro ne vale circa 16000).
Proprio prima di partire avevo letto un articolo che parlava del boom economico che il Vietnam sta vivendo e di questo rapporto di odio-amore con l’America. Mi aveva colpito una frase che il giornalista citava e che usciva proprio dalla bocca del leader comunista Ho Chi Minh, l’uomo che è diventato il simbolo della guerra americana: «Stenderemo il tappeto rosso davanti a voi perché abbandoniate il Vietnam. Poi quando avremo finito di combattere sarete di nuovo i benvenuti perché avremo bisogno della vostra tecnologia e dei vostri aiuti».
Frase a dir poco profetica. Intanto un immaginario tappeto rosso ad Hanoi si stende già sotto i piedi di quelli che attendono in fila in riverente silenzio di poter vedere il corpo di quell’uomo. Turisti, ma non solo. Intere comitive di chissà quale gruppo o associazione – te ne accorgi da una targhetta o da una spilla che portano sul vestito – aspettano pazientemente il loro turno, senza macchina fotografica o altro addosso, visto che è tutto diligentemente sequestrato al check-in iniziale.
Incute quasi timore il mausoleo, con la sua architettura imponente e squadrata, che comunica un senso di ordine, rigorosamente fatto rispettare dalle guardie che si aggirano numerose all’esterno e che fischiano a chi ha ingenuamente pensato di accorciare la strada attraversando il parco che gli sta di fronte invece di seguire il percorso prestabilito per arrivarci. (1. Continua)





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