Scorcio paesaggistico del Tigrai, Etiopia © Monica Genovese
Etiopia settentrionale. Regione del Tigrai. Paesaggi stupefacenti, natura lussureggiante di un verde intenso, vallate profonde e montagne dalle vette ripide e scoscese. Questa zona dell’Africa ammalia lo sguardo di ogni viaggiatore che osserva stupito o viene avvolto dalla fitta e densa nebbia che, d’improvviso, nella stagione delle piogge, si disegna nell’aria come un acquarello.
Qui, in questa remota parte del mondo, nel Corno d’Africa, si trovano le più spettacolari e difficili da raggiungere chiese e monasteri rupestri. Antichi edifici ben conservati che, in cima ai monti negli anfratti più sperduti, celati dalla vegetazione, si stagliano in tutta la loro magnificenza.
Centoventi chiese circa abbarbicate sui picchi montani del Tigrai. Alcune sono visitabili solo agli uomini, mentre l’ingresso è vietato alle donne e a tutti gli animali di sesso femminile.
Ogni monastero, dalla pianta circolare, presenta al suo interno ricchi affreschi colorati coperti da spessi tendoni scuri e molti di questi raffigurano personaggi dall’aspetto inquietanti. Divoratori di esseri umani e santi convivono sulla stessa parete a far bella mostra di se.
In ogni chiesa, celata alla vista di tutti, tranne che dei preti, si trova, secondo la tradizione etiope, una copia dell’Arca dell’Alleanza, la cui versione originale venne sottratta da Gerusalemme e portata in Etiopia nel primo millennio a.C. dal sovrano Menelik. Oggi si ritiene che si trovi nella chiesa di Santa Maria di Sion nella città delle stele Aksum.
Le strutture religiose del Tigrai sono accessibili solo con un buon passo da trekking, impegno e volontà. Per raggiungerle, spesso è necessario camminare per due, tre ore in salita, arrampicandosi lungo le pareti rocciose dei monti.
La difficoltà è media, ma l’altitudine della zona, e il fango lasciato dalle piogge, non aiuta, la respirazione mentre si scala. La prudenza è indispensabile, soprattutto se – come capita – si viene sorpresi da un temporale.
In questi casi, numerosi ragazzini, con molta insistenza e, a volte, in maniera fastidiosa, si offrono, dietro compenso, di accompagnare i viaggiatori lungo la salita ai monasteri. Il loro passo è veloce, scaltro e abituato all’asprezza del territorio.
Rappresentano una buona guida. Conoscono la via di arrampicata più sicura e stabile, ma, vista la miseria del Paese che spinge anche i più piccoli ai furti, è bene fare attenzione al portafogli.
Una delle chiese meno accessibili, la più antica d’Etiopia e aperta solo al pubblico maschile è Debre Damo, risalente forse al X, XI secolo, in stile architettonico aksumita. Si trova su un’amba, ovvero la sommità piatta del monte dal quale fa capolino senza celare ciò che rappresenta, un minuto mondo autonomo dove sacerdoti, giovani e vecchi, vivono coltivando la terra da soli e pascolando il loro gregge, così da non scendere mai, o quasi mai, a valle.
Per salire a Debre Damo servono mani, piedi e una corda. Gli uomini, in fila, uno dopo l’altro, aspettano in basso, sotto la chiesa, di venire issati dalle forti braccia di un prete del posto. Letteralmente.
Bisogna farsi tirare su tramite una vecchia corda il cui odore sembra ricordare quello delle capre, aiutarsi con le mani e spingersi con i piedi per circa una quindicina di metri. Una sensazione – così raccontano i visitatori maschi – intensa e un po’ ansiosa, ma di sicuro effetto. Lascia il segno, insomma. Per tornare giù? la medesima storia. Ovviamente, al contrario.
"I miei occhi hanno visto cose spaventose Memorie militari, senza data, del soldato Achille Zorzin" di E. Calligaris - Circolo Ricreativo Sportivo Filodrammatico Versa, 2009

Difficile da descrivere. Può attrarre o respingere, ma innegabilmente è una metropoli unica nel suo genere. Qui vecchio e moderno si fondono e si scopre anche un pizzico di Italia.

Il cuore del corno d’Africa cela un antico segreto, una città sacra dell’Etiopia settentrionale scavata nella roccia rossa. Undici chiese rupestri che sorgono dalle viscere della terra.

Il tramonto viola di Tabourie Lake, prima tappa di un viaggio on the road dalle spiagge di Sydney verso il parco nazionale di Wilsons Promontory nel Victoria.