Wat Phu in lingua Lao significa tempio montagna e si trova ai piedi del Lingaparvata, la montagna del linga. La scelta di questa posizione è dovuta alla forma della montagna che ricorda la forma fallica sotto cui viene adorato il dio Shiva. Il complesso ed il perimetro del tempio sono molto vasti, ma purtroppo del Wat che si sviluppa su tre livelli, rimane poco.
Il primo livello si caratterizza per la via di accesso contornata da naga (serpenti d’acqua a sette teste) e da leoni di pietra e da due baray (laghi artificiali) ormai prosciugati. Al secondo livello ci sono i resti di due costruzioni in arenaria, mentre in cima alla collina c’è il santuario dedicato alla Trimurti (Shiva, Vishnu e Brahma) e una sorgente considerata sacra dai Cham che ritenevano che quest’acqua purificasse l’anima.
Il tempio è in rovina, ma quando l’occhio inizia a familiarizzare con i chiaroscuri delle gallerie in laterite vengono alla luce particolari inaspettati, come le forme spezzate di un naga o i bassorilievi che ricordano i templi Indù. La finezza delle sculture ed il cesello delle opere non sono paragonabili a quelli di Angkor, ma il posto ha un suo fascino ed è interessante viverlo in questi giorni di festa.
All’alba la spianata che portava al Wat era stipata da pellegrini seduti a gambe conserte, c’erano centinaia di persone ordinate per due lunghe file che attendevano il passaggio dei monaci dalle tonache colore zafferano.
Ad un segnale prestabilito una sessantina di monaci e di novizi hanno iniziato a camminare lentamente tra due ali di folla. Tutti tenevano in grembo la ciotola utilizzata all’alba per la questua giornaliera.
Le offerte dei fedeli erano contenute in grandi vasi argentati traboccanti di palle di riso agglutinato, denaro, fiori, incenso, merende al cioccolato, biscotti e frutta. L’atmosfera era quieta perché tutti erano assorti e concentrati nell’attesa del passaggio del corteo.
I monaci cercavano di arginare la foga dei fedeli con gesti e sorrisi. Per raccogliere le offerte venivano aiutati da novizi dotati di grandi sacchi di juta. Quando il contenitore era pieno, i monaci interrompevano il cammino e versavano il contenuto nel sacco.
Nei sacchi si amalgamavano tra loro riso, biscotti, banconote e frutta. Solo i fiori e le ghirlande non erano conservati. Nel corteo, oltre agli aiutanti che trascinavano a fatica i sacchi colmi di offerte, c’erano operatori della televisione e fotografi che scattavano istantanee a pagamento per ritrarre i fedeli nel momento in cui facevano le offerte.
Monaci e fedeli non sembravano turbati da questo caos primordiale, erano come superiori. Quando la cerimonia è terminata la folla si è dissolta in un battibaleno, lasciando sul terreno una moltitudine di sacchetti e scatole di cartone. Così ridotta l’area davanti al Wat ricordava gli spalti malinconici di uno stadio deserto al termine di una partita.





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