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Lalibela, la Petra africana - foto : Bet Giyorgis, Lalibela, Etiopia © Monica Genovese
Bet Giyorgis, Lalibela, Etiopia © Monica Genovese
08.10.2009

Lalibela, la Petra africana

di Monica Genovese

Porta il nome del suo antico sovrano e la tradizione vuole che sia stata realizzata per emulare Gerusalemme, per diventare la città sacra dell’Africa orientale. La sua costruzione pare risalga al XII, XIII secolo. E’ Lalibela. Meraviglioso sito archeologico di una cittadina dell’Etiopia settentrionale.

Patrimonio Unesco, arroccata ad un altitudine di oltre duemila metri, questa città storica si presenta fangosa, nella stagione delle piogge, modesta, povera, dissestata, sovente priva di elettricità e di acqua corrente, con un’unica strada asfaltata e cumuli di sassi ovunque.

All’apparenza non mostra il meglio di sé, ne lascia sospettare quello che cela, ma Lalibela, la “Petra Africana” – così viene definita – rappresenta un mondo scolpito nella roccia rossa. Un mondo creato plasmando la natura stessa. La pietra.

Undici chiese rupestri medievali, passaggi sinuosi e tetri, cripte e grotte. Tutto è incastonato, come un gioiello, nella roccia. E’ impressionante. E’ come osservare la terra prendere vita e respirare. E qui, ogni respiro è un’opera di suprema architettura scavata o staccata dalla pietra, in forma monolitica o semi monolitica. E’ la mano di Dio che guida l’ingegno umano.

Valicato l’ingresso che conduce alla biglietteria del sito, si entra in un luogo senza tempo dove l’architettura sembra congelata da millenni per mostrarsi oggi, agli occhi increduli dei viaggiatori.

Non è insolito visitare le chiese proprio mentre sono in corso le funzioni religiose copte degli etiopi. Donne vestite di bianco con il capo coperto, uomini e bambini, tutti scalzi intonano, con voce sommessa, quella che ad uno straniero appare come una nenia ripetuta per diverse ore. Una preghiera continua.

Lalibela è una scoperta suggestiva e surreale. E’ l’apoteosi dell’architettura etiope. Dimentichi, per qualche istante, di trovarsi nella povertà del corno d’Africa, in una terra tanto bella quanto provata dalla miseria, ci si perde ad immaginare quei quaranta mila operai – numero stimato dagli studiosi – intenti a tirar su dalla polvere un’opera d’arte.

Secondo la leggenda locale, l’impegno diurno degli uomini veniva supportato da mano divina che, con favore della notte, proseguiva i lavori. Nelle chiese, alcune staccate dalla roccia, a differenza di Petra, si entra solo privi di scarpe per una questione di rispetto. L’interno è ricoperto di logori tappeti, che accolgono indesiderati ospiti come le pulci.

Le scarpe si lasciano all’esterno di ogni edificio da visitare e a loro guardia c’è, solitamente un uomo o un ragazzo che, a giro ultimato, chiede un compenso di pochi birr, la moneta locale. Le chiese si dividono in quelle del gruppo nord occidentale di cui fanno parte Bet Medhane Alem, Bet Maryam, Bet Meskel, Bet Danaghel, Bet Golgotha, Bet Mikael e la Cappella di Selassie, mentre le restanti Bet Gabriel-Rufael, Bet Merkorios, Bet Amanuel, Bet Abba Libanos e Bet Giyorgis rientrano nel gruppo sud orientale.

Sono tutte vicine tra loro e, in alcuni casi, si raggiungono attraverso passaggi stretti e sinuosi, addirittura sotterranei. E sotterraneo è il tunnel che conduce a Bet Merkorios. Gli etiopi lo chiamano il “passaggio dell’inferno” e raccontano che, pur essendo buio e angusto, lo si deve percorrere privi di illuminazione, così, piano piano, i viaggiatori si addentrano facendo attenzione alle pareti laterali e al basso soffitto, fino a quando, dopo una ventina di metri circa, non si vede la luce.

Dipinti, altorilievi, bassorilievi, antiche croci. Qui ogni cosa parla di una passata civiltà ricca e artistica. Secondo molti l’elemento più suggestivo dell’Etiopia è Bet Giyorgis, ovvero il luogo di San Giorgio, patrono del Paese. Realizzata a filo di terra, sul margine dei terreni dell’intero complesso cristiano, si mostra a forma di croce greca e dall’alto lo spettacolo che offre è incredibile. Sembra disegnata sulla terra ed eretta sul fondo del pianeta.

LIBRI

Gli occhi del soldato Achille Zorzin

"I miei occhi hanno visto cose spaventose Memorie militari, senza data, del soldato Achille Zorzin" di E. Calligaris - Circolo Ricreativo Sportivo Filodrammatico Versa, 2009

Non spaventarti Federico

"Non spaventarti Federico" di Olivia Piro - Infinito Edizioni, 2009



1 commento a “Lalibela, la Petra africana”

  • Elida Salaj alle ore 1:30 pm scrive:

    Complimenti…..
    Bellissimo….

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