Chilometri di steppa, sabbia, piccoli arbusti, desolazione, solitudine. Il deserto. Onde di sabbia dove una volta, nemmeno molto tempo fa, c’era un lago salato. L’Aral. Di origine oceanica. Il quarto lago più vasto del mondo.
E oggi, per raggiungerlo, invece che a bordo di una barca, si va in auto e si può camminare sentendo scricchiolare sotto i piedi i gusci delle conchiglie. Siamo in Asia centrale, in Uzbekistan. Esattamente a Moynaq, piccola città che porta, come una cicatrice, i segni di uno dei maggiori disastri ambientali.
In passato florido centro di attività legate alla pesca, attivo porto e vivace località in riva al lago, Moynaq oggi si presenta in tutta la sua tristezza. All’ingresso in città, sull’istmo che collegava la penisola Ush Say alla terraferma, lungo la strada asfaltata si trova un cartello stradale che indica Moynaq simboleggiata da un pesce a rappresentare il suo commercio. Quello su cui si basava l’intera zona.
Il prosciugamento dell’Aral è stato voluto dal potere sovietico, deviando i due immissari del lago per irrigare nuovi campi di cotone in zone desertiche. Inoltre, i responsabili auspicavano invano di poter coltivare riso trasformando il lago in un acquitrino. Da allora l’Aral sta scomparendo del tutto. Restano solo due laghi, uno piccolo settentrionale e uno più grande meridionale, in quanto si è diviso in due nel 1987 estendendosi tra l’Uzbekistan e il Kazakistan.
Negli anni ’50 la sua superficie superava i 66mila chilometri e pare avesse acque limpide, spiagge incontaminate, fauna abbondante e persino traghetti turistici locali. Tra il 1960 e il 1980, i sovietici chiusero i rubinetti dell’Aral facendogli perdere il 75 per cento del suo volume.
E, ancora oggi è solo parzialmente e irregolarmente alimentato. Intensificarono la produzione di cotone provocando, tra l’altro, mutamenti notevoli e definitivi climatici. Aria più secca, estati torride, inverni freddi, lunghi e poco piovosi.
Per non parlare dello scempio ambientale sull’isola lacustre Vozrozhdenia, ora terraferma, abbandonata nel 1992, sede del poligono militare sovietico dove, per la guerra biologica, sono stati testati i virus dell’antrace e della peste.
Addentrandosi a Moynaq si scorgono solo fabbriche ittiche abbandonate, fatiscenti case, capanne, qualche edificio amministrativo e la scuola. Davanti al palazzo del governo, su una specie di piedistallo approssimativo, qualcuno ha posto una vecchia barca da pesca a testimoniare lo scempio perpetrato per anni.
Al di là della strada principale e lontano dalle abitazioni, è possibile visitare il cimitero delle barche arenate. Da una collina su cui si erge un monumento alla tragedia e da cui si godeva la vista del lago, si apre dinanzi agli occhi uno spettacolo raccapricciante.
La flotta di pescherecci di Moynaq. Tutti, ormai arrugginiti, giacciono su piccole dune nel deserto. Sembrano caduti dal cielo e finiti lì per caso, quasi come se, durante la navigazione, all’improvviso si fossero trovati in un’altra dimensione senza una goccia d’acqua.
L’atmosfera è spettrale. Intrisa di silenzio. Quel genere di silenzio che fa rumore, che parla, che grida. Che c’è. Quasi come un’eco sottile e acuto che sembra provenire da ogni luogo e perdersi in lontananza. Carcasse di imbarcazioni sotto l’estivo sole cocente. Fantasmi che vogliono narrare, silenti, la loro storia.
Qui non c’è più niente – sembrano dire – e a dirlo sono anche i pochi ragazzi che vivono a Moynaq. Figli del disastro ambientale. La popolazione è in costante diminuzione e solo i migliori studenti, magari quelli inclini ad imparare le lingue, possono andare a studiare nella capitale uzbeca.
Alcuni giovani parlano inglese e, pazientemente aspettano qualche viaggiatore che, intenzionato a vedere con i propri occhi l’Aral, si reca sul posto, così da scambiare qualche parola e chiedere com’è il mondo al di fuori di Moynaq.
Nel nulla di Moynaq resta ancora una speranza. L’idea che l’Aral settentrionale possa aumentare il suo livello d’acqua come sembra stia facendo grazie a tentavi di recupero internazionali. Ma, nonostante gli sforzi, la condanna all’ecosistema è stata emessa e l’Aral non tornerà mai più quello di una volta.





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Complimenti per l’articolo: molto interessante e toccante. Sono stato alcuni anni fa sulla sponda nord del lago in Kazakistan ed ho provato le stesse sensazioni.
E’un articolo interessante che parla di un disastro forse conosciuto a pochi.
in questo momento sto studiando il lago d’Aral e sul mio libro non sono per niente riusciti a far capire come sia terribile la vita in questo posto e come in soli 20 anni l’uomo sia riuscito a creare un disastro ambientale ed economico così terribile…E’ proprio 1 bell’articolo… complimenti all’AUTORE
Grazie Guglielmo, il tuo apprezzamento al mio articolo è molto gratificante. Mi rende felice il fatto di essere risucita, almeno nel mio piccolo, a comunicare l’incredibile disastro ambientale provocato dall’uomo all’Aral. Speriamo serva a tutti da monito! In bocca al lupo x i tuoi studi!
o letto o 13 anni e mi viene da piangere perche non possiamo essere csi stupidi da farci male da soli
Grazie Nelson per il tuo commento. Purtroppo, credo proprio che la razza umana sia anche più stupida, ma c’è sempre da imparare dai propri errori per evitarli in futuro. Speriamolo, almeno. La speranza da sola non basta, ma aiuta ed è già un inizio. Continua a leggere Il Reporter.com.
Ciao Monica e grazie per l’articolo, è da qualche anno che cerco informazioni in rete sull’Aral. Qualche piccola speranza c’è in effetti, e guardando su google earth l’evoluzione del lago dal 2004 all’ultima immagine recente sembra che il lago abbia riconquistato un po’ del suo vecchio territorio. E’ possibile sovrappore le foto a partire dal 1974 al 2004 e ci si rende conto quanto è regredito, anche da satellite lo scempio dell’uomo è stato mostruoso. Il lago settentrionale è al sicuro anche perchè ha una profondità molto maggiore rispetto al meridionale, che infatti è di pochi metri, ed è per questo che è prosciugato velocemente.
Ci vorranno molti anni ma se ci sarà la volontà, l’uomo può anche dimostrare di essere capace di correggere i suoi grandi errori, almeno lo spero.
Un saluto
Massimo
Ciao Massimo,
concordo. In effetti, lo scempio è un orribile dato di fatto, ma quando c’è la volontà, l’uomo, così com’è capace di annientare la natura, e non solo, è altrettanto capace di gesti di slancio e di recupero. Auguriamoci che sia davvero così. Chissà, magari fra qualche anno avrò la fortuna di vedere un nuovo Aral e di scrivere un altro articolo in merito….Aspetto, quindi il tuo commento futuro! Grazie per averci scritto e buona giornata. Continua a leggere Il Reporter, se ti fa piacere.
Ho letto sul Sole 24 Ore di oggi (27/10/2009) che il lago d’Aral si sta costantemente riempiendo nuovamente di acqua grazie ad un intervento da parte della Banca Mondiale. Vorrei sapere se è vero e se vi sono dei dati aggiornati (anche fotografici) a tale proposito. Grazie e saluti.
Gentile Marzia, grazie per il tuo commento. Come leggi nell’articolo, in effetti, è vero che aiuti internazionali stanno cercando di recuperare il Lago d’Aral, ma solo una parte di esso, quello situato più a nord della regione che occupa. Per il Lago sud (ormai, sono divisi in due) non c’è speranza, che io sappia. In ogni caso, il recupero è indispensabile a livello ambientale, ma senza voler essere catastrofista, gli esperti della materia, ritengono che l’Aral non tornerà mai più quello di una volta.
molto interessante… ma vi siete mai kiesti alla fine cosa serva pubblicare articoli se poi la gente nn si interessa veramente? io x esempio l’ho letto solo x una ricerca e credetemi nn me ne è mai importato + di tnt… nn lo dico x un fatto di egoismo ma xkè è la pura e semplice verità… ke ormai alla gente di gg bb impo + come va avanti il mondo… a loro impo solo vivere
Caro Giuseppe, innanzitutto grazie per il tuo commento.
Hai ragione, molte persone si disinteressano ai problemi ambientali mondiali, ma – per fortuna – molte persone non vuol necessariametne dire tutte.
I commenti a questo articolo non sono pochi, vuol dire che alcuni lettori si interessano o, almeno si incuriosiscono. La curiosità è, a mio modesto avviso, pur sempre qualcosa. Nel corso degli ultimi anni, l’argomento Aral è stato affrontato a livello internazionale, al punto che, oggi, nonostante il danno resti e sia incancellabile, sono stai stanziati fondi internazionali per il reupero parziali del lago.
Nel mio piccolo, ho visto l’Aral e l’ho descritto. Speriamo che, nel disinteresse generale, serva a qualcosa. A molti interessa solo vivere, come scrivi tu, è vero. Ma se l’ambiente verrà deturpato del tutto, dove vivranno queste persone?
Monica è bellissimo quest’articolo. Io come Giuseppe l’ ho letto per una ricerca.Ma non capisco come mai stanno stanziando dei soldi soltanto ora.perché non ci pensavano prima! Io non ci sn mai stata sul lago aral ma m’immagino quella povera gente costretta ad immigrare solo perché il lago a causa del l’uomo sta scomparendo, dopo k l’abbiamo distrutto ora noi l’ho vogliamo farlo ritornare quel k era prima. Ma secondo io sono possibile ma tutti noi dovrebbero conoscere questo problema? Io l’ ho conosciuto perché ho l’ho sto studiando e perché mi piace conoscere il mondo. Mi e piaciuto molto il tuo articolo è l’ho trovato molto interessante .Monica complimenti ,spero un giorno di andarci.
Ciao Brigida,
grazie per aver letto e apprezzato il mio articolo sull’Aral.
Purtroppo, hai ragioni, porre rimedio, o almeno tentare, solo ora è cosa da poco. L’Aral non riprenderà mai le fattezze e le dimensioni di un tempo, ma una parte del lago si dovrebbe recuperare grazie agli interventi mondiali. Un piccolo segno che, sebbene in ritardo, l’uomo ha compreso il danno provocato all’ambiente, alla natura, a se stesso.
In bocca al lupo per i tuoi studi.
Grazie Monica, per parlare di problemi ambientali, che poi sono anche problemi umani e di sopravvivenza futura per noi tutti. E’ un pezzo di geografia che non ci sarà più sul mappamondo, cos’ come su google earth.
Speriamo bene….
Ti leggerò ancora.
Ciao
mauro
Ciao Mauro, grazie a te e confidiamo che almeno il lago d’Aral, quello a nord, possa essere ben recuperato.
Buona Pasqua.