La luce azzurro intenso dell’alba avvolge tutto con una tonalità gelida e surreale. Il silenzio è assoluto. Non una nuvola, non un alito di vento. Solo il timido tramestio nella tenda per rifare gli zaini. Sulla cima innevata sfugge la falce di luna.
Stupisce l’assoluta semplicità delle vette. La mente sgombra, libera da qualsiasi confusione. La luce diventa più nitida, quassù. I toni più ricchi e ti senti invaso, rapito dalla profonda, potente presenza della vita. Sull’Himalaya indiano.
Il fondovalle è ampio, spazzato da brezze violente che sollevano nuvole di polvere. Sublime imponenza di vigorose montagne. Suoni e boati nel risvegli del mattino, ora echeggiano dentro la valle. Parla il paesaggio in modo inquietante.
Il Ladakh è tutto racchiuso nella magia di scene che mutano ad ogni chilometro percorso, nel canto dell’aria e nel ritmo dei corsi d’acqua, nella bellezza di vaste distese spoglie e del deserto di neve che si percepisce sulle vette.
Dominio delle forze naturali nel loro libero gioco al di là dell’intervento dell’uomo. Eppure la presenza umana c’è. Riservata e risoluta sorretta da una tensione religiosa, un rapporto manifesto con le divinità che aleggiano tra queste cime.
Sulla via di Lamayuru, lo sguardo s’impiglia in una sorta di placido fascino. I primi segni di una religiosità quieta. Agli incroci, sulle cime di colli, nei valichi, “stupa”, cumuli di pietre incise e “tarchan”, lunghe aste o corde su cui il viandante issa una bandierina colorata.
Sono preghiere buddiste, e sarà solo il vento a leggerle e a diffondere il loro messaggio. Oltre il passo Fotu-La a quota Quattromila si stagliano montagne spoglie, lunari. Giganti assopiti, increspati in un sussulto sempre vivo. Sotto scorre l’Indo dalle gelide acque.
Seguiamo il fiume, grigio e argilloso, linea sottile tra montagne enormi, brulle, aride. I monasteri buddisti sono incastonati al fondo di valli strette, sopra montagne, a volte adagiati in oasi verdissime.
Lamayuru, Ridzong, Alchi, Likir, Hemis, Thiksey e Spitok. Nei sacri luoghi di preghiera, la luce filtra tra i legni intarsiati, sui fondi lisci di legno e pietra, sui rossi cupi dei dipinti consunti. Lampade a olio, nastri colorati, fiori e monaci dalla simpatica ironia che sfugge agli sguardi.
La vita monastica ha regole precise. Lo studio dei testi sacri, meditazione, cerimonie religiose sono scandite da colpi di tamburo. Due monaci sembrano litigare con l’indice puntato. In una sorta di duello verbale si sfidano a colpi di domante sulla dottrina.
E’ l’ingresso del monastero di Lamayuru, il più antico del Ladakh. Lo circondano alte rupi dalle svariate tonalità. Ai tempi del suo massimo splendore ospitò più di 500 monaci. Qui, al crepuscolo, si può cogliere il canto malinconico dei “mantra” e dei “sutra”.
Fuori, nell’aria rarefatta decine di yak infiocchettati tornano dall’ultimo pascolo con pecore e capre sotto lo sguardo vigili dei pastori. Anziane donne dai tipici cappelli e con gli abiti portati mille anni fa dagli antenati, portano la legna su grossi cesti.
Scivolano come ombre lungo le mura del villaggio per scomparire nel nulla. Vengono dal nulla. Il fuoco del sole ti brucia, mentre ad un passo, all’ombra ti attanaglia il freddo. Giovani adepti fanno ruotare preghiere rotanti del monastero di Lamayuru.
Case bianche, dipinte a calce, tetti piatti con bandierine votive. Calde cucine annerite dal fuoco, forte fragranza di burro di yak. Volti arsi dal sole nella penombra di lampade a kerosene. Tè, biscotti e persino qualche bottiglia di Limca.
Cinquecento chilometri di sogno e penitenza da Srinagar a Leh. Emozioni, tensioni e commozioni dietro nuvole che galoppano ansimanti come il respiro fino alla capitale avvolta dai rumori di generatori e dagli scarichi di auto e camion.
A 3.600 metri di altitudine, il mondo “moderno” va incontro agli antichi regni himalayani.
Atmosfere fatte di spirito, colori d’intensità solare, suoni di campanelli d’argento e muggiti di lunghe trombe sacre.
Seppur confinanti, i ladakhi sono lontani dai clamori dei kashmiri indipendentisti e combattenti. La popolazione è di razza tibetana, di cultura pacifica. Sono in pochi su questo territorio tra le nuvole, tutti buddhisti sereni e lontani da ogni guerra.
Con i loro templi, i monaci, le vallate verdi piene di frutta, gli stupa, cerimonie e preghiere vivono di duro lavoro in una quiete mistica. Tanto qui sono lontani da tutto, vicini solo al cielo, a due passi dagli dei.






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marta