La carrozzabile Srinagar-Leh collega il Kashmir musulmano al Ladakh buddista. Chilometri di strada sterrata sulla fatiscente corriera di linea lungo la “Via dei Monasteri”. C’è fermento alla stazione dei pullman nei pressi del Dal Lake. Tutta la vallata kashmira sotto un’aurea di tranquillità apparente, ha l’aspetto di una regione occupata e, alla sera, scatta un rigido coprifuoco. Blocchi stradali e bunker di militari nascosti in ogni anfratto interrompono il viaggio.
L’alba s’accende sui primi tornanti. Fiumi, valli, laghi coi suoi alberi slanciati, le flottiglie di “shikare”ricoperte di fiori sono ormai un ricordo. Affrontiamo l’altro volto di un paese magico, regno del vento e della solitudine. Tra il verde Kashmir e il mistico Ladakh.
Montagne scoscese, profondi precipizi, alte cime coperte di neve e di ghiacciai, torrenti selvaggi e rapide che scivolano a valle. Più di dodici ore per duecentotre chilometri fino a Kargil, nella regione del Ladakh buddista. Regno delle preghiere regalate al vento. Sono passati pochi mesi dallo scoppio delle prime rivolte tra indu e musulmani, per l’assegnazione della caverna di Amarnath, meta di pellegrinaggio induista. La strada che collega Srinagar a Pahalgam è bloccata in vari punti.
Arranchiamo dietro un mezzo militare sulla ferita di terra incisa nella montagna. Induisti, buddisti. E noi, viaggiatori. Sussurri di lingue e dialetti. Gomito a gomito. Odori su odori. Chi per fede, chi per “conoscenza”, uniti sulla “Via di Shiva”, verso la grotta di Amarnath.
Fumi di ginepro si levano dai villaggi nel fondovalle. Dalle finestre, perimetri di pietra e fango, donne e bambine fissano la corriera in sosta. Vivace curiosità di spersi luoghi dove la vita scorre al ritmo della natura e della paura, in una terra contesa che genera guerra.
Al passo Zoji-La (3.529 m.) la strada si fa più stretta, pietrosa e lucida di pioggia. Qualche autobus colorato in bilico sul dirupo nascosto dalle nuvole. Ogni curva un salto nel vuoto, un guizzo che accappona la pelle. E grappoli di soldati abbandonati a sorvegliare i confini.
Attraversiamo campi d’orzo, prati, i primi pascoli fino a Pahalgam. Fermento di negozi che fanno affari d’oro con viaggiatori e pellegrini. Sacchi a pelo, scarpe da montagna, candele, collane di sandalo. Persino muli per i malati. Oltre il piccolo borgo si procede a piedi.
A Baltal, nel vallone a imbuto dove scivolano le ultime nevi, straziate tende di pellegrini allineate nel freddo mattino di un sole pigro, velato da cupe nubi. In lontananza il lungo serpente di corpi avvolti da coperte, si snoda in salita per otto chilometri.
Gli zaini diventano pesanti quando il cielo si apre e il caldo si fa intenso come la fatica. Rotolano sassi mossi dagli zoccoli dei muli, si alza la polvere che annebbia la vista a quattromila metri mentre di fronte emerge Satsing-la. Il giorno si alza sull’Himalaya. Muto silenzio, momento di vita che si spande sulla grandiosità del paesaggio. Lassù c’è la sacra grotta con l’enorme stalagmite di ghiaccio dalla forma fallica, il Shivalingam di Amarnath.
Durante il plenilunio di giugno fino ad agosto, la colonna di ghiaccio si dilata e si restringe per diminuire via via durante il resto dell’anno. Difficile l’accesso alla grotta meta di centinaia di fedeli per adorare il “sacro lingam di Shiva”. Oltre la cancellata, in una nicchia laterale si stende la superficie ghiacciata che rappresenta Parvati.
Una campana scandisce le preghiere dei fedeli che gettano fiori, pezzi di stoffa. I sadhu coperti da teli arancioni, fanno con la creta il segno di Shiva sulla fronte dei pellegrini nella mistica attesa di assistere ad un fenomeno unico, l’apparizione del Divino nella Natura.
Riprendiamo la carrettiera della paura. Ripidi tornanti, carcasse di camion in fondo alla gola. La pendenza raramente inferiore al 25% costringe il motore ad urli rabbiosi mentre sale la tensione nel guardare strapiombi dalla bellezza intensa ma difficile da fissare.
La strada fino a Kargil corre parallela alla Linea di Controllo, il confine fittizio tra Kashmir e territori occupati dal Pakistan. Una sosta al Passo Zoji-La, oltre i 4.000 metri di quota, aperto solo cinque mesi l’anno. Oltre, c’è il Ladakh buddista. Una famiglia di nomadi dall’aria antica ci offre da un otre di pelle, burro fuso “ghi” mescolato al tè salato. Latte ricco di spezie, coriandolo, cannella e chiodi di garofano. Gesti e sorrisi di nobili volti. Una sferzata d’aria fredda penetra nella tenda.
Gente dagli occhi di luna e di cielo intabarrati da colbacchi di pelliccia consunti dal tempo. Tutti insieme, accoccolati attorno al fuoco acceso da sguardi infiniti, tra un bicchierino di “ciang”, birra fatta d’orzo e qualche albicocca. Magica notte avvolta dal sibilo del vento, sull’angolo dell’Himalaya indiano. A Kargil in un villaggio di nomadi Brokpa, coi Dardi, discendenti dell’armata macedone di Alessandro Magno. (continua)






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