C’è una nave che riporta indietro nel tempo, parte ogni giorno da Atene ed è abitata da qualche turista, famiglie che mettono a letto i bambini nel sacco a pelo sulla moquette rosa della sala principale. I camionisti camminano avanti e indietro, facce rubizze e grossi boccali di birra. Se glielo chiedi ti danno un passaggio, altrimenti rimani insieme al sole rosa del mattino che rimbalza gommoso sulle cime dei monti. In un gioco di colore l’aria della notte sparisce, diventando latte sottile che scivola sui pendii blu.
Arrivano le due del pomeriggio e se non sei sceso a Igoumenitza, questa è proprio la tua fermata: Patras. E’ ancora pomeriggio o solo una lunga mattina? L’autobus passava attraverso rocce e colline di erba, villaggi minuscoli come chicchi di grano di grano perduti nel vento.
In Grecia circa la metà della popolazione si raccoglie attorno all’area di Atene, ciò significa che il resto del Paese è un rarefatto abitato, separato da altri simili attraverso strade sassose e lunghi spazi di boschi assolati. Una volta a Atene c’erano carretti impolverati anche nelle vie del centro; sostavano pigri di fronte ai negozi eleganti, uno spicciolo per un chilo d’uva succosa.
Atene è meravigliosa. Decadente, vecchissima. A volte cade a pezzi, poi si rialza e fa la regina. Decorata da tutte le stelle della sera, canta e suona zufoli ai piedi dell’Acropoli. Quando le ombre si allungano, la vista si confonde tra le spighe e i gatti magri corrono nelle rovine bianche dipinte dai tramonti di fuoco.
Atene sta seduta sui muri sgretolati. Sta ferma e guarda, parla. Tira i dadi e mercanteggia ai bordi della strada senza curarsi del traffico che avanza, come i tre uomini che vedo: tre vecchi amici sotto a un fico e un tavolino da gioco precario sul marciapiede, una brocca di vino rosso.
Omonia è una delle piazze più centrali, all’angolo c’è una torrefazione che vende ottimo caffè. L’odore scuro e profumato si espande tra i negozietti e bancarelle. C’è una piccola chiesa ortodossa, pavimenti di pietra fredda dove le persone entrano veloci per accendere una candela di sego marrone. Qui i sacerdoti hanno lunghe vesti nere e catene d’oro con medaglioni che scivolano tra la barba bianca, camminano rapidi mentre la stoffa vola attorno alle caviglie.
In alcuni quartieri le case hanno una lucina che rimane sempre accesa, i bambini sanno che ci abitano certe signore che vendono l’amore, come dice la nonna che tira per il braccio il nipotino e estrae un biscotto che vuole sviare domande, mentre dai panifici si espande un buon profumo di pane e sfoglia calda che invade il mattino.
Lungo Ermoù arrivo a Sintagma, creata dopo il 1820 quando con la conquista dell’indipendenza, l’intera città venne ricostruita e nuovi quartieri progettati nella geometria dello stile neoclassico. Ma l’anima della città emerge dalle crepe, disordinata e caotica. Uno spirito appassionato e straripante. Invade strade sconnesse dove si affollano negozietti di oggetti, focacce, frutta, granaglie, pappagalli arcobaleno che scuotono le gabbie leggere. Bancarelle e chioschi affollano i marciapiedi, mercati dove uomini dai grembiuli sporchi appendono pezzi di carne che gocciolano sangue e sbattono su tavole di legno pesci a cui tagliano la testa.
Nel Giardino Nazionale prendevate una pausa di fresco, le tartarughe viaggiano ancora sui sentieri di sassi, libere vagabonde tra le piante rare. Oggi Atene brucia. Da una singola foglia ha avuto inizio e ora il fuoco non si distingue. Viaggia nel fumo di lutto, dove l’oscurità della cenere dipinge di grigio ciò che era delicatezza intricata di rami verdi.
Dalla spianata dell’Olimpieion si vede l’Acropoli e da lì, con la sicurezza casuale di chi non conosce le strade, inizia un lento pedinamento attraverso le vie piccine sempre più in salita. Il sole a Atene è spesso grigio, ma su questa collina antica rimane di uno sfolgorio azzurro. Immobile è il candore del silenzio. Guardo distrattamente i reperti del museo al di là delle vetrinette, esco nella luce e il nodo in gola è la tenerezza di guardare verso il basso.
Si elevano in un muto parlare i massi, scolpiti dalla fatica di uomini antichi che ancora sembrano abitare questi luoghi come anime che hanno dimenticato il tempo. Oltre le pietre, perse nell’attesa di un’era che non torna, al di là del parapetto dove appoggio i gomiti, si estende Atene, la saggia dea. Immensa divinità, resta distesa, brulicante di traffico, di tetti. Qui non arrivano i rumori, rimane il valore sottile di una sedia sul tetto, un bambino intravisto dalla finestrina di una mansarda.
Chi ha bruciato Atene? Chi vuole sfigurare la saggezza? La metropolitana porta veloce al Pireo, le persone scorrono in folle di nuovo vocianti, zingari vendono scarpe e frutta. Non ho voglia di aspettare la nave per Anafi, compro un biglietto per Santorini e uno spiedino di carne.
La nave mi porta verso un’isola azzurra, guardo il porto allontanarsi. Qualcuno mi osserva, l’occhio nero di Karaghiozis, il malvagio dello spettacolo delle ombre. Karaghiozis affamato: sembra aver perso la cattiveria anche lui, il legno delle sue braccia forti dimenticato in un teatro che ha sprangato la porta. Avranno bruciato anche lui? La nave schiaffeggia le onde in spuma bianca e mi porta verso un’isola azzurra, ma dove sono i satiri e le ninfe? Cacciati dai boschi, il fumo li avvelena. Brucia Atene. E tutta la Grecia è in fiamme.






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