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La teranga senegalese

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Sto correndo lungo la spiaggia di Mboro, l’aria è calda, l’oceano discreto bagna la mia ombra, il cielo è talmente nitido da riuscire ad allungare il mio sguardo per chilometri. Un motivo del mio vagare non c’è, vi è solo la voglia di inseguire i pensieri così come mi raggiungono, senza un ordine, con una logica scomposta, lungo il filo di una matassa senza testa.

I miei passi rimbombano in un silenzio ancora vergine, poi d’improvviso delle voci mi richiamano da un mondo lontano e solitario. Continuo a correre fino a raggiungere un piccolo villaggio di pescatori a Sud. Un gruppo di ragazzi di ogni età e peso stanno facendo una sorta di tiro alla fune, trascinando con tutte le forze sulla spiaggia una rete da pesca che estende la sua maglia per decine di metri dalla riva, catturando migliaia di specie di pesci ancora in preda alle convulsioni.

Senza presentazioni, nè convenevoli, mi metto anch’io a tirare con tutto il peso del mio corpo le funi di quella singolare rete da pesca, cadenzando lo sforzo con un ritornello corale che ancora mi risuona in mente come se vi fosse una forza magica in quelle note che rendesse il gruppo un corpo unico che si rilassa e si contrae all’unisono. Qualcuno girandosi verso di me trasformava uno sguardo di sfida con uno a mezz’aria tra lo stupore e la gratitudine.

Tiro finchè anche l’ultimo briciolo di energia mi abbandona e cadendo sulle ginocchia dopo lo sforzo mi guardo intorno e mi accorgo che la maggior parte dei partecipanti a quel rituale di sopravvivenza non superano l’età di tredici o quattordici anni. La spinta a non mollare me la danno quegli occhioni vispi che ti osservano con estrema semplicità, sicuri di poter gestire la propria vergogna fidandosi di uno straniero bianco.

Quando hai la fortuna di lavorare fianco a fianco di qualcuno, sporcarti le mani e i vestiti affianco a uno sconosciuto, quando non si ha più voglia di creare scalette, gerarchie e priorità allora si incontra davvero l’altro nel momento più inaspettato della vita.

Cosa ti ha insegnato l’Africa, mi hanno chiesto i miei amici, i miei parenti dopo aver fatto rientro dal mio viaggio, non gli ho saputo rispondere, mi venivano in mente solo frasi che non mi appartenevano fino in fondo, ora gli risponderei che l’Africa mi ha insegnato a vivere la gioia di quei momenti semplici della vita di cui perdiamo il gusto. E così anche il sorriso di un bambino lo baratterei volentieri con il mio taccuino di appuntamenti perfettamente organizzato.

Una distesa di mattoni di sabbia e cemento, disposti in fila ad essiccare al sole, poco lontano le tracce di un perimetro rudimentale su cui sorgerà il primo dispensario di Toubandjai tra gli occhi curiosi dei piccoli che si intrecciano agli sguardi sommessi degli anziani seduti a terra, su quella terra rossa che ora colora le mie unghie. Il sole picchia testardo sulle nostre teste, senza darci tregua, mentre il più piccolo degli operai fa da pendolare, con il suo carretto trascinato da un cavallo scheletrico, tra noi e il pozzo più vicino a cinque chilometri. Tutto scorre e si confonde in un continuo confronto di idee, di vite che si aggrovigliano tra loro nella libertà di una vegetazione spontanea che cresce lungo strade di fango e pietre, in un tempo sereno e complesso, lentamente, senza fretta.

Nella nostra mezon, sono le sei del pomeriggio e la tavola comincia a riempirsi di piatti profumati, colorati, riso, pesce e la bellezza di non abbassare mai lo sguardo sul piatto perchè tutto il resto, il contorno delle persone che sono sedute al nostro tavolo ti saziano più di un preparato d’alta cucina. In questi momenti la tavola diventa l’occasione per conoscere le storie di questo mondo, i suoi miti, le sue paure, le sue evoluzioni, per entrare, vivere e respirare a pieni polmoni la teranga, quella solidarietà che caratterizza la società senegalese, dove il gruppo si prende cura del singolo, dove la stretta collaborazione supera le individualità, le divisioni socio-culturali, le barriere economiche e raggiunge la piena integrazione e condivisione.

L’oceano sta tirando a se un sole stanco, mentre un ultimo raggio di sole porta alla luce ogni angolo nascosto del piccolo villaggio senegalese per poi lasciarlo cadere nel buio più assoluto. Per miglia lungo la spiaggia non si vede una luce artificiale e nascosto su questo albero come un gufo solitario mi innamoro ogni notte di questo cielo impreziosito da pietre rarissime. Non ci sono regole astronomiche in un cielo così, solo miliardi di stelle su una cupola regale che mi trasmette un senso di infinito e di quanto siamo piccoli ma importanti quaggiù.

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LIBRI

250 chilometri di emozioni

"250 chilometri di emozioni. Storia di una maratona estrema in mezzo al deserto" di Matteo Molinari - Zona Contemporanea, 2010

Diario di bordo di un viaggio nel Sahara

"In pieno deserto, diario di bordo di un viaggio nel Sahara" di Théodore Monod - Bollati Boringhieri, 2010



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