La storia della Mole può essere letta in controluce rispetto a quella altrettanto travagliata dell’arte di fine Ottocento e di tutto il Novecento. Ricca di strani personaggi inquieti e anticonformisti la seconda, colma di peripezie ugualmente bizzarre e originalissime la prima.
Concepita nel 1863 come sinagoga, finirà per essere tutt’altro. Progettata per avere poco più di 60 metri di altezza finirà per misurare gli attuali 167,5, dando a noi italiani il primato, a tutt’oggi insuperato, di nazione con l’edificio in muratura più alto al mondo.
L’Antonelli faceva parte di quella sterminata serie di artisti inquieti di cui si diceva. E le sue fervide, ma lunghissime elucubrazioni, finirono per spostare di troppi anni la conclusione dell’edificio, tanto che la comunità israelitica si spazientì e cedette al comune l’intero futuro capolavoro. Ne ebbe in cambio un lembo di terra sul quale far erigere un’altra sinagoga, magari meno solenne, ma senz’altro più sbrigativa.
La Mole sarebbe stata dedicata a re Vittorio Emanuele II, ma da quel momento, che ne segnò il definitivo stacco rispetto alle questioni religiose, rischiava di divenire una costruzione, sì bella, ma priva di utilità.
Così come molti concepiranno e capiranno tutta l’arte novecentesca: uno straordinario guscio totalmente vuoto. Ma fortunatamente la Mole finirà per avere una funzione assolutamente nobile e praticissima.
Così come i “poeti maledetti” si affacciarono sul diciannovesimo secolo scuotendo le fondamenta degli assopiti intelletti di tanti sedicenti maestri della penna, il terremoto (questa volta puramente fisico) del 1887 costrinse il buon Antonelli a ripensare il progetto al fine di consolidare la struttura fortemente provata dall’evento.
Poi Kandinskij, quindi Picasso, infine Warhol si abbatteranno come uragani su una branca talmente importante da essere per secoli ritenuta l’unica forma d’arte: la pittura. Anche qui la struttura fino ad allora rinascimentale o neoclassica viene abbattuta e fatta a pezzi.
E proprio come l’ideale artista rinascimentale viene spazzato via da folli artisti, il nubifragio del 1904 fa a pezzi il genio alato collocato sul vertice del monumento piemontese.
Da allora, se stiamo in prossimità della mole e volgiamo lo sguardo in su, possiamo ammirare una stella a quattro punte. La statua del genio alato (che i torinesi chiamano affettuosamente “l’angelo”) la si può ammirare all’interno della Mole. Un “pezzo da museo”, dunque.
Così come le Madonne o i Cristi deposti si possono ammirare solo in storiche pinacoteche, visto che nessun artista di fama si degna più di dipingerli, anche il genio alato fa parte del passato. E così come bisogna essere instradati all’arte contemporanea per poterne godere appieno i frutti, qualcuno dovrebbe spiegarci il senso estetico o etico di quella stella che di senso, di per sé, non pare averne.
E invece ne ha da vendere quel meraviglioso edificio che è la Mole Antonelliana (vedere per credere) nel suo complesso. Proprio lei, che, come abbiamo visto, ai suoi esordi pareva invece aver smarrito il senso del suo essere.
Utilizzata da quasi mezzo secolo come “balcone sulla città”, è infatti possibile salire sul punto più alto terrazzato (al settantesimo metro circa). I restanti quasi cento fanno infatti parte della cupola prima e della guglia poi.
L’ascensore che ci porta sul belvedere è concepito in chiave ultramoderna. Si sale lentamente e la struttura trasparente ci consente di apprezzare il viaggio verticale tra spezzoni di film in bianconero e immagini di attori del passato. Il tutto mentre la cabina sembra lentamente schiantarsi sul soffitto che pare irrimediabilmente chiudersi sopra di esso.
E invece ci si ritrova d’improvviso sul vasto terrazzo. Il tutto molto suggestivo, ma caldamente sconsigliato a chi mal sopporta le vertigini. Si diceva di spezzoni di film e di immagini di attori (alcune tra queste, tra l’altro, sono vere e proprie chicche).
Sì, perché dal luglio del 2000 la Mole è sede del museo nazionale del cinema. Straordinario per gli appassionati e sicuramente da vedere per tutti gli altri. Non foss’altro perché l’allestimento, opera di Francois Confino, è un’opera d’arte multiforme e strabiliante di per sè. L’arte che racconta l’arte.
Al piano terra vi sono stanze ricostruite come veri e propri set cinematografici. Possiamo così vagare in un saloon del vecchio west quindi trovarci repentinamente nel futuro di una navicella spaziale .
Vi sono poi giochi di luci e di realtà virtuale adatti per i più piccini, ma divertentissimi anche per i più grandi. Poster e cimeli di ogni tipo sono distribuiti su una complessiva superficie di ben 3200 metri quadrati. C’è anche il cappello di Charlot.
Ma la vera chicca è l’esposizione cronologica delle invenzioni che dal diciottesimo secolo in avanti hanno rapidamente portato alla straordinaria scoperta dei fratelli Lumiere. Tra lanterne magiche, stereoscopi, camere oscure e prime rudimentali macchine fotografiche (alcuni pezzi hanno un valore storico, ma pure monetario, inestimabile), il viaggio all’interno del museo è un’esperienza intellettuale di prim’ordine e tra l’altro estremamente godibile dal punto di vista del puro divertimento.
La Mole ospita poi molto spesso monografie. Fino al 4 novembre sarà possibile vedere una straordinaria collezione di immagini che, assieme alle didascalie, ci conducono dentro il cinema di Elio Petri (“Lucidità inquieta, il cinema di Elio Petri”). Tale cronologia visiva si assapora salendo “a elica” lo spazio interno.
A proposito facciamo un’anticipazione. A gennaio alcuni spazi espositivi saranno dedicati a Werner Herzog. Per chi non si intendesse di cose cinematografiche consigliamo la visione dei suoi cinque capolavori che avranno come protagonista quell’animale da cinema che era Klaus Kinskj.
La visita non si può che concludere con una capatina alla biblioteca interna, la quale, anche qui, offre prodotti di altissimo livello. Libri, anzitutto, ma non solo. Dvd e oggetti da collezione di tutti i tipi (ma, a dirla tutta, non proprio per tutte le tasche.)
Già che ci siamo parliamo di soldi. Riteniamo che otto euro di spesa massima (biglietto intero, visita al museo più ascensore panoramico) siano più che ragionevoli. Anche perché vengono puntualmente ben reinvestiti in continui riadattamenti che non devono essere per nulla economici.
Con la Mole di Torino, l’Italia si è ripresa un posto da protagonista nel mondo dell’arte, dopo che, finiti i tempi dei Leonardo da Vinci e dei Botticelli, pareva che non avessimo più niente da dire.
Magari l’arte con la “a” maiuscola si fa, oggi, da un’altra parte, ma Torino e il suo comune dimostrano che noi la sappiamo proporre. Sicuramente meglio di tanti altri paesi che vantano recenti successi, ma i cui musei, molto spesso, lasciano insoddisfatti e con l’amaro in bocca.
Se uno straniero vi chiede dell’Italia, accanto al Duomo Firenze, all’Arena di Verona e al Colosseo non dimenticatevi di citare la più recente Mole Antonelliana. Ditegli, sorridendo (non si sa mai) che ancora, in fatto di arte, possiamo dire la nostra.






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