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La mia Gerusalemme - foto : L'ombra di Gerusalemme, alla Spianata delle Moschee © Monica Genovese
L'ombra di Gerusalemme, alla Spianata delle Moschee © Monica Genovese

La mia Gerusalemme

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Sono a Gerusalemme. In Israele. Proprio a Gerusalemme. Cammino nella storia. Cammino nei secoli e scorgo volti diversi tra loro. Alcuni arabi, altri ebrei, altri presentano tratti più occidentalizzati e, infine i volti dei viaggiatori.

Come il mio. Un volto incredulo sul quale si disegna la curiosità, ma anche il desiderio della scoperta. Perché Gerusalemme è un mondo nel mondo. Appartiene un po’ a tutti, oltre che a se stessa. Gerusalemme è di ognuno di noi. Continuo a ripetere di essere qui davvero. Di trovarmi sul serio nei luoghi che, un tempo, sono teatro di alcune tra le maggiori vicende storiche dell’umanità.

Questa città nasce oltre cinquemila anni or sono quando alcuni pastori nomadi scoprono una sorgente d’acqua dolce ai margini del deserto. La sorgente di Gihon, nella valle del Cedron, e battezzano il sito con il nome di Uru-Shalim derivante dal dio Shalem.

Un nome significativo, visto che la parola ebraica shalom vuol dire pace. In seguito, il giovane re David conquista Uru-Shalim trasformandola in Gerusalemme.

Gerusalemme. Pronunciarlo in Israele è emozionante. Risuona dentro di me, prima ancora di risuonare all’esterno dei miei pensieri. La città è una pagina di un libro di catechismo studiato da bambina. E’ un servizio giornalistico in televisione. E’ un attentato. E’ la visita dei pellegrini. Gerusalemme è tutto e il tutto è indefinibile.

Le zone cittadine sono ben distinte in musulmana, cristiana ed ebrea, ma la suddivisione, sorvegliata dai militari, non impedisce a nessuno di confondersi, di essere semplicemente “gente di Gerusalemme”. Tra la folla di copricapi neri, alti sulle teste da cui pendono boccoli ebrei, di chador indossati dalle donne musulmane, di bambini che giocano per la città, mi avvio verso il muro occidentale.

Bisogna chiamarlo in questo modo. La più nota espressione muro del pianto è poco apprezzata. Un uomo a cui chiedo un’informazione in inglese, sentendomi parlare con i miei compagni di viaggio, mi risponde in italiano.

Mi indica la strada verso il muro, ma mi chiede con gentilezza e con un pizzico di amarezza di non definirlo come il luogo in cui si piange perché, in realtà, nonostante le tante lacrime che si versano, il muro è fatto per pregare. Non per piangere.

La commozione, nei pressi del muro occidentale, è così avvolgente e ingerente che mi sento devastata dentro. Mi brucia il cuore, ma non in senso fisico. L’esperienza della preghiera comune davanti al muro necessita di una pausa, per meglio assorbirla. E’ così individuale che la mia è solo mia.

Mi allontano e non di poco. Ci vuole un po’ di distanza dalle cose, a volte, per comprenderle. Imbocco la direzione del Monte degli Ulivi o Monte della Sommità. Il suo profilo morbido domina dall’alto la parte orientale di Gerusalemme.

Il monte è fitto di chiese, di campanili, di cupole. Qui, nel Getsemani, detto anche Orto degli Ulivi, Cristo trascorre l’ultima notte prima delle condanna. Ed è qui che i confini tra le varie religioni si assottigliano.

Il Monte degli Ulivi ospita la Basilica dell’Agonia, di origine bizantina, poi crociata, la Basilica del Pater Noster, il Monastero russo ortodosso di Santa Maria Maddalena con le sue belle cupole a bulbo.

E ancora qui, si trova il più ampio e antico cimitero ebraico di Gerusalemme. Ci sono tombe risalenti al II millennio a. C. Se ne contano oltre centomila, una piccola necropoli che dorme, placida, sul terreno del monte, osservando la città da una prospettiva preferenziale.

Raggiunta la cima di questa altura, resto seduta davanti al panorama. Osservo, serbata dalla sottile foschia serale, la spianata delle moschee. Il sito il cui accesso è interdetto, spesso ai non musulmani. Osservo fagocitando ogni cosa. Accanto a me un paio di ragazzini giocano con il loro asino che, forse li ha condotti fin quassù per evitare la passeggiata in salita.

Osservo e penso. Continuo a pensare, senza poterne fare a meno, di essere davvero qui. Gerusalemme è il respiro della storia. Da sempre. Gerusalemme è da oggi anche il respiro dei miei ricordi.

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LIBRI

Vogliamo vivere qui tutte e due

"Vogliamo vivere qui tutt’e due" di Amal Rifa’i e Odelia Ainbinder - Tea, 2003



2 commenti a “La mia Gerusalemme”

  • fiorenza alle ore 12:40 am scrive:

    Hai scritto un articolo bellissimo che esprime tutto il fascino di questa città particolare, che esprime tutte le contraddizioni dell’uomo e del mondo.E’ la città dove si prega di più in assoluto ma anche dove ci si odia di più in assoluto
    .Mi ritrovo nella frase finale”Gerusalemme da oggi il respiro dei miei ricordi”:Sarà per questo che puntualmente ogni anno sento il bisogno di tornarcii! Ci sono state 3 volte, e sai perchè ho trovato il tuo articolo?
    Non avendo programmato per quest’anno il viaggio in Israele ne avevo nostalgia…

  • Monica alle ore 10:49 am scrive:

    Buongiorno Fiorenza, grazie davvero per il tuo commento. Mi fa piacere condividere le emozioni di Gerusalemme. Mi auguro che, anche quest’anno, tu riesca ad andare in Israele…..chissà, se l’aver trovato il mio articolo sul sito de il reporter non sia un “segno del destino”, un richiamo alla “tua” città lontana. Continua a leggereci, sono sicura che troverai altri spunti per i tuoi viaggi.
    Ancora grazie.

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