Ti avvicini, frenando per vedere meglio. La fila di alberi del viale annuncia, come una freccia, qualcosa di unico. Già da lì si vede la parte più alta della facciata.
Parcheggi nei campi intorno e ti dirigi all’entrata con passi lenti e curiosi: immagazzini dettagli. Il portico è affrescato in maniera sublime. Davanti, sopra il portone, c’è il simbolo dei Visconti: un biscione che ingoia un moro. È la firma della famiglia che fece costruire questo luogo tanto particolare.
Tutte le Certose del mondo hanno le stesse caratteristiche: isolate dai centri cittadini, contornate da campagne estese, per permettere alle “famiglie di frati certosini” di praticare le attività di lavoro e preghiera quotidiane. La Certosa di Pavia non fa eccezione. La campagna circostante è ammaliante.
La facciata della basilica è dettagliata e enorme, monumentale. L’impressione di grandezza e magnificenza che si ha, guardandola da lontano, è completata dalla cura dei particolari di ogni statua, ogni bassorilievo che si nota avvicinandosi. Si può toccare ancora l’attenzione degli artisti che furono impegnati nella costruzione.
L’interno della chiesa è a perdita d’occhio. Se guardi su, vedi un cielo stellato dipinto sul soffitto, come se l’esterno comunicasse con l’interno, come se tanta vastità possa essere solo un’opera di Dio. Sembra la spiegazione migliore. Forse l’unica.
La parte finale della Certosa è divisa dal resto della chiesa da una cancellata in ferro: solo pochi turisti per volta possono accedervi. Qui sono conservati i veri capolavori. Come il monumento funebre di Ludovico il Moro e Betarice d’Este di Cristoforo Solari sulla sinistra o il coro in legno finemente scolpito dove erano soliti riunirsi i vescovi del periodo medievale per prendere le decisioni teologiche più importanti.
Se l’interno da forti sensazioni, l’esterno è capace di superarle. Il chiostro piccolo ha affreschi del pittore medievale Daniele Crespi, oggi in parte rovinati. Il giardino al centro è curato, e sul lato opposto c’è lo stupendo lavabo del XV secolo, con i rubinetti dell’epoca che hanno la forma di tritoni. Sopra l’affresco della Samaritana al pozzo.
Il frate che ci giuda si ferma su un piccolo rialzo. Ci spiega come il tetto del chiostro, un tempo, fosse ricoperto di metallo e che, in epoca napoleonica, venne rimosso dall’esercito per farne munizioni. Poi indica la porta di fianco al lavabo :«Siamo diretti là». Stavamo per entrare in uno dei chiostri più grandi e belli al mondo.




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