Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, è un romanzo verità, che a scuola leggi a tredici anni, che ti sciocca, ti lascia l’amaro in bocca, ma che poi un po’ passa.
Un giorno ti svegli, hai 25 anni e qualcosa torna alle mente come un ricordo. Allora cerchi quel libro e non lo trovi. Esci, raggiungi la libreria più vicina e lo acquisti. Come un trofeo lo porti a casa, tra le mura della tua stanza, inizi la tua lettura, il tuo cammino, di nuovo, tra le viscere delle periferie dell’anima.
E’ stato questo l’incipit di una passione, nata tra le righe di un documento-denuncia della realtà berlinese di fine anni settanta, raccontata attraverso gli occhi di Christiane, poco più di una bambina, che incontra la droga e che finisce per non conoscere la vita.
Un libro che non parla però soltanto di tossicodipendenza, parla ancora prima del senso dell’esistenza, racconta tutto il mondo del male, quello che l’uomo ricrea con le sue stesse mani.
Una strada che porta ad un inferno, che ricorda lontanamente quello di Dante e dei suoi gironi, i cerchi della dipendenza, il vortice che si conclude con l’eroina e con la morte.
E’ attraverso gli occhi verdi di questa ragazzina che è nato il mio amore, sublime, puro per una città, che ognuno di noi potrà conoscere a suo modo.
Potrete vedere la poliedrica Berlino nel giorno, in cui decide di indossare l’abito migliore e di smettere per un attimo di essere un eterno cantiere.
Può darsi invece, che la conoscerete in una giornata grigia e questo basterà per poter respirare tutta l’ansia di un luogo proiettato verso il futuro, una capitale in continuo divenire, con i suoi lavori in corso e le sue gru, che cerca di allontanarsi il più possibile da un passato che le sta stretto.
Berlino, nuova o vecchia che sia, fugge lontano, per riempire un vuoto che porterebbe a ripensare a ciò che è stato, ma questo, ora, ancora non è possibile, è troppo presto, fa ancora troppo male.
Per quanto si vesta del suo abito migliore, non basta neppure il trucco, per coprire le sue ferite. Forse, ha ancora bisogno di essere curata. E allora intanto corre.
E’ così che ho conosciuto per la prima volta Berlino, attraverso le pieghe della vita di Cristiane e nel medesimo modo, una volta giunta sul suolo berlinese, ho potuto scoprire la ragazza dagli occhi verdi, tra i vicoli della sua città.
Si è trattato di un intreccio sorprendente di vite vissute, tra il dolore e la follia. Una somiglianza disarmante tra le due protagoniste, una città e una bambina, unite da un muro che ha diviso le loro esistenze.
Da un lato, l’incomunicabilità di una ragazzina alle prese con un padre violento, che picchiava la figlia se la catena della bicicletta si era rotta o se la giornata era andata semplicemente per il verso sbagliato.
Una storia di droga, che inizia molto prima della prima dose, una storia che nasce da una frattura familiare, dal muro invalicabile dell’incomprensione.
Dall’altro Berlino, divisa fisicamente da un muro, quello del razzismo, del pregiudizio.
“Il muro di Berlino era entrato nelle ossa e nella pelle della gente. Attraverso il cervello, il cuore, le viscere dei berlinesi.” Yadè Kara.
Un giorno però qualcuno scrisse: “Prima o poi tutti i muri devono cadere”. E’ il senso dell’anima di Berlino, lo spirito che tutt’oggi fa bruciare la passione di questa Metropoli.
E così a un certo punto mi sono trovata ad amare la capitale più potente del mondo, eppure in bancarotta.
Ho attraversato le sue strade, in buona parte rinnovate a più di 15 anni dalla caduta del muro, cercando Postdamer Platz, dove Christiane abbordava i taxisti, quando voleva aiutare il suo ragazzo Detlef, in crisi di astinenza, per evitare che lui stesso si prostituisse.
Ho trovato la piazza, che per anni rimase il grande vuoto di Berlino, un area di incalcolabili dimensioni, totalmente nel fango, ma l’ho scoperta totalmente ricostruita.
Avrei voluto conoscerla, quando i più noti architetti del mondo facevano a gara per creare un progetto, che fosse il migliore per ricostruirla.
A quel tempo, avrei potuto cogliere la desolazione di Berlino post muro e nel medesimo istante, la paura di una bambina combattuta tra l’innocenza e la prostituzione, tra l’amore per il suo Detlef e la necessità dell’eroina.
Durante l’ultimo soggiorno nella mia “patria morale”, mi sono trovata tra le mani una cartolina, con una scritta in inglese, diceva così.
“Berlino, la città del futuro, una metropoli condannata per sempre a diventare e mai ad essere”.
Quanto è vero.






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