Milano diventa splendida d’autunno. Quando le chiome degli alberi lungo Corso Sempione si tingono di giallo, ocra e rosso e sento le foglie cadute scricchiolare piano sotto le scarpe. Quando, passando in tram accanto al Cimitero Monumentale, m’incanto a osservare come la luce vespertina sfumi le tonalità di azzurro in cielo rendendo il profilo dell’edificio centrale ancora più netto. Quando mi stringo nella giacca perché l’aria si fa pungente, ma non è freddo, è solo un brivido che attraversa la schiena.
Io amo Milano, nonostante quello che si dica di lei: troppo frenetica, troppo grigia, troppo asettica. Questa metropoli e i suoi abitanti si muovono come equilibristi sul filo dei contrasti: cittadini del mondo ma anche abitanti di quartiere, poliglotti che comunicano tra loro in dialetto, inflessibili al lavoro, gioviali fuori dagli uffici.
Trovo che l’attuale immagine del capoluogo lombardo sia imputabile a una caratteristica, che di fatto ha reso la città un simbolo universalmente riconosciuto: l’apparenza.
I bombardamenti del ’43 hanno lasciato una ferita profonda nei milanesi doc. La voglia di ricominciare era troppa. Ciò che non c’era più è stato sostituito da edifici avveniristici, che solo qui potevano esistere. La città è da sempre proiettata nel futuro: i diktat su economia e moda passano prima da qui. Lo dimostrarono i rutilanti anni ottanta, i paninari in Piazza San Babila, gli yuppies alla terrazza Martini di Piazza Diaz per l’aperitivo, Via Montenapoleone e le boutique esclusive.
Tutto questo ha contribuito a definire un’immagine patinata e snob della città, ma sarebbe veramente riduttivo descriverla solo in questi termini. Basta fermarsi un momento, per scoprire tratti pittoreschi di Milano: il vicolo dei Lavandai, presso la Darsena di Porta Ticinese, che conserva ancora intatto un lavatoio utilizzato fino agli anni Cinquanta dalle massaie meneghine. La struttura classica dei Bastioni di accesso al centro cittadino. Le colorate case di ringhiera, sparse qua e là nei quartieri più vecchi, ma protette da anonime facciate.
Questa ultima immagine è quella che trovo più calzante come metafora per descrivere il capoluogo lombardo. Solo chi vuole conoscere davvero, ha voglia di andare oltre gli stereotipi. Chi ama Milano e i milanesi, non si fermerà certo alla prima impressione (spesso non lusinghiera). Ma la ricompensa, per chi persevera, è grande: una città vitale, pronta a stupirti a ogni angolo. Provate a fare una passeggiata lungo il Naviglio Martesana per farvi un’idea di quali scorci Milano possa offrire.
Scende la sera, la città si ripopola di uomini e donne in “uniforme” d’ufficio, diretti verso casa. Cammino con loro, verso di loro, mi lascio travolgere dalla corrente. Alzo gli occhi al cielo e vedo la luna fare capolino tra i tetti. Il volto piegato verso la cima del Duomo, pare dialogare con la Madonnina. Chissà cosa si raccontano le due sciure.





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Il ritmo che scandisce il racconto mi riporta a Monet.
Milano è come il libro dela vita: va sfogliato, pagina per pagina, con dolcezza proprio come fa l’autrice intrattenendo il lettore anche sui toni dell’autunno e della luce vespertina.
I navigli sono, e rimangono, quaderni scolastici in attesa di essere riscoperti
nella loro quieta e vivissima atmosfera: accattivanti e stupendi.
Grazie
caterina
Caterina,
qualche volta noi milanesi sfogliamo troppo in fretta questo meraviglioso album! Anzi, proprio in tema di album, mi viene in mente il titolo di un disco degli Afterhours, “I milanesi ammazzano il sabato” (parafrasando un’opera di Scebarnenco): secondo me può sintetizzare benissimo il concetto di quanto correriamo anche nel giorno di assoluto relax che ci è concesso dalla nostra frenetica vita meneghina.
Basterebbe rallentare il passo per accorgerci di quante sorprese ci riserva la nostra città.
Grazie per le tue belle parole Caterina, spero questa “Ode” faccia apprezzare maggiormente le qualità del capoluogo lombardo.