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Barcellona, l’architetto di Dio - foto : Barcelona Park Güell © Wolfgang Staudt
Barcelona Park Güell © Wolfgang Staudt

Barcellona, l’architetto di Dio

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È cosmopolita, colorata, vivace. È notturna. Ha la fama di vivere la notte. Per le strade e nei numerosi locali. È una delle metropoli artistiche europee per eccellenza. Meta di turisti. Di studenti. Di appassionati d’arte. Meta.

È Barcellona. Seconda città della Spagna. Affacciata sul mare e orgogliosamente catalana. Fino in fondo. Capitale della Catalogna, cattolica. Un’ora di fuso orario, due con l’applicazione dell’ora legale. Città di Antoni Gaudì, ma i suoi natali appartengono a Reus, in Tarragona.

E Gaudì fa di questo luogo, con le sue mirabili opere, una scultura pulsante a cielo aperto. Organica. Un quadro che prende forma. Si muove. Respira e parla di sé al mondo intero.

L’artista non si può definire semplicemente un architetto perché le sue realizzazioni, gli edifici creati, le strutture che ha modellato, sono frutto dell’ingegno e, secondo alcuni, del misticismo, della solitudine, della follia. La follia di un uomo che guardava oltre.

Oltre ogni cosa. Oltre. La sua costruzione più famosa è la Sagrada Famiglia. La basilica infinita. Iniziata nel 1883, il suo nome intero è Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia. Di carattere gotico, rappresenta, per questo genio spagnolo, una sorta di tributo alla sua fede religiosa.

Lui voleva diventare l’architetto di Dio. È assolutamente unica. Nulla le somiglia e Gaudì lavorò alla sua realizzazione per quarant’anni. Negli ultimi quindici non vide nulla al di fuori della Sagrada. Il suo studio, all’interno dei cantieri, era anche la sua casa. Una stanza, una brandina e i disegni.

Man mano che i lavori procedevano, invece di attenersi solo ai progetti, cambiava aspetto all’edificio, modificava i particolari. Aggiungeva o eliminava dettagli. E, in effetti la Sagrada è colma di definizioni architettoniche, di sculture.

Colma di ogni cosa al punto che lo sguardo si perde nella sua osservazione. È impossibile catturarne le immagini tutte insieme.Bisogna soffermarsi su ogni angolo per capire cosa si celi dietro. Due occhi non bastano a guardare la Sagrada. E non è ancora terminata.
È completa solo poco oltre la metà. Dalla morte di Gaudì, nel 1926, i lavori, che procedono grazie alle donazioni, si basano sui disegni originali dell’architetto, sebbene alcuni siano andati persi durante la guerra civile spagnola, e su adattamenti moderni.

Motivo per cui non sapremo mai in realtà in che modo Gaudì avrebbe terminato l’opera. Inoltre, non è nemmeno prevedibile sapere quando sarà finita. E pensare che, inizialmente questo lavoro venne affidato a Francesc del Villar, poi rinunciatario per problemi con l’associazione che gestiva, come ancora oggi, la Sagrada.

La novità degli ultimi giorni? Pare che la Sagrada Famiglia sia abusiva. Mancanza di autorizzazioni e concessioni edilizie sollevate dal Municipio di Barcellona. Inutile dire che la basilica non corre rischi.

L’altra opera che, negli anni della sua edificazione vide Gaudì al centro di molte aspre critiche, riconosciuta come una delle sue migliori espressioni artistiche, è Casa Milà. Definita la Pedrera. Ovvero la cava.

Nata tra il 1905 e il 1907 al numero 92 del Passeig de Gràcia su incarico di Roser Milà per il suo imminente matrimonio. Modernismo, cemento armato, ferro battuto, vetro. Questi gli elementi utilizzati.

Linee curve, zoomorfe, geometrie perfette, lineari, porose. La Pedrera è come un blocco monolitico. Sembra un essere vivente. Tutto riconduce alla natura, alle onde marine, al vento.

Le ringhiere dei balconi della Casa sembrano alghe aggrovigliate, frutto di una burrascosa marea.Sul tetto, uno spazio percorribile attraversato da scalette e saliscendi, si ergono comignoli adornati con il vetro delle bottiglie di spumante.

E qui Michelangelo Antonioni ha girato una scena del film “Professione: reporter” con Jach Nicolson.La Pedrera è “morbida”. Non si può descrive e Barcellona e Gaudì sono inscindibili. La città è un enorme museo in strada. Ogni passo ha il sapore della scoperta.

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"Naufrago volontario" di Alain Bombard - Magenes, 2010

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"Contare i passi. Dai Pirenei all'Oceano sul Cammino di Santiago" di Carla De Bernardi - Mursia, 2010



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