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Kyoto, il Giappone tradizionale - foto : Kinkaku-ji in Kyoto, Japan © syvwlch
Kinkaku-ji in Kyoto, Japan © syvwlch

Kyoto, il Giappone tradizionale

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Arrivare a Kyoto rappresenta, specie per il viaggiatore occidentale, un’emozione difficilmente descrivibile. La stazione, immensa e tecnologica opera di Hiroshi Hara, è una vera e propria porta di accesso alla città resa celebre per l’omonimo e ormai famoso Protocollo. Fino a pochi anni fa meta distante dal turismo di massa, era talvolta esclusa anche da chi, andando in Giappone, le preferiva Tokyo.

Invece Kyoto (curiosamente anagrammandone il nome si ottiene proprio Tokyo) sembra distare anni luce dalla capitale. Meno esasperata dal punto di vista tecnologico ma non per questo arretrata, possiede quel forte carattere nipponico che altrove è andato irrimediabilmente perduto anche per via di una modernizzazione forzata e poco responsabile.

Kyoto in effetti è parecchio distante dallo stereotipo di metropoli asiatica e i grattacieli sono limitatati all’area della stazione centrale, peraltro impressionante e seconda in ordine di grandezza nell’isola nipponica.

Sede di alcune tra le multinazionali più famose (leggi: Nintendo, Kyocera, Omron), l’economia cittadina è in realtà basata sull’industria turistica e sull’artigianato locale.

Alloggiare al Toyoko Inn, poco distante dal terminal ferroviario, è una piacevole sorpresa per chi è abituato ai salassi all’italiana: una notte costa sui 40 Euro. Ambiente perfetto, connessione internet, camera singola, prima colazione e (sich) gadget pseudo-elettronico. Ne approfitto, decido di restarci per due notti.

Centro culturale di livello internazionale, risparmiata miracolosamente dai bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale, Kyoto è in grado di mostrare all’attonito visitatore qualcosa come duemila attrazioni tra tempi e santuari, giardini zen e palazzi imperiali. Tra queste duemila, ben 17 sono state dichiarate dall’Unesco patrimonio dell’umanità, un record.

L’efficienza e la capillarità dei trasporti giapponesi non ha eguali; basta procurarsi una cartina (magari alla reception dell’hotel) e tutte le attrazioni sono a portata di mano o di bus.

C’è però un rovescio della medaglia: l’efficienza si fa pagare, e non poco. Il consiglio per chi si ferma in città alcuni giorni e non disdegna l’attività fisica è di percorrere almeno alcuni tratti a piedi o noleggiando una bicicletta.

Kyoto, città di templi. Perché non iniziare visitandone alcuni? Il Rokuon-Ji o padiglione d’orato, per via della colorazione dorata della costruzione è uno dei più suggestivi. Qui si incontrano sporadici turisti occidentali e molti giapponesi, a iniziare dalle scolaresche, sempre molto caratteristiche per via delle rigorose uniformi maschili mentre le ragazze alcune scelgono la scuola a seconda dell’uniforme adottata.

Lasciato il Rakoun-Ji e i simpatici studenti, mi dirigo verso la prossima tappa: il magnifico Ninna-Ji. Caratterizzato da un immenso parco e da una grande varietà di costruzioni, tra le quali una pagoda in legno di cinque piani da lasciare a bocca aperta. Il giardino è ovviamente alla giapponese e grande importanza ricopre l’elemento acqua. I ciliegi ornamentali sono di una varietà particolare chiamata Omuro.

Se è vero che l’occhio vuole la sua parte, lo stomaco non gli è da meno. Avverto un certo languorino e uscendo dal parco decido di fare una pausa in una locanda. I giapponesi lo sappiamo, sono rigorosi fino al maniacale: per evitare equivoci ogni piatto in vendita nel ristorante è riprodotto in scala reale ed esposto in vetrina, accanto al prezzo.

Non posso sbagliare. Spendendo una decina di euro pranzo con del tonkatsu, volgarmente, cotoletta di maiale e cavolo affettato.

Chi ha letto il romanzo Memorie di una geisha di Arthur Golden, avrà capito la prossima tappa, ovvero Gion, il famoso quartiere delle geishe. Case tradizionali in legno, sale da tè, strade lastricate, botteghe e risciò sono la caratteristica di questa zona dove il tempo pare essersi fermato all’epoca d’oro dell’impero e solo la vista di sporadiche automobili riporta al presente.

Già, Kyoto è anche la città delle geishe per antonomasia. Tuttavia questa tradizione si è in qualche modo interrotta, vittima della modernizzazione o, come sostiene qualcuno, dell’emancipazione della donna anche se, è bene ricordarlo, la società delle geishe era a completa gestione e controllo femminile.

Tornando verso il Toyoko Inn penso tra me e me ai tempi fastosi in cui il Giappone era davvero una società agli antipodi e di come, aprendosi all’occidente, ne sia stata una vittima inconsapevole. In qualche modo frammenti di quel periodo rimangono vivi a Kyoto, definito da molti autoctoni come il cuore del Giappone.

Il giorno successivo spendo buona parte della giornata al Kiyomizu-Dera, un tempio buddista monumentale, interamente costruito in legno e situato in uno straordinario anfiteatro naturale, non molto distante dal centro della città.

Dovete sapere che in ogni tempio giapponese è possibile acquistare un talismano. Ne hanno di specifici, per la fortuna, per l’amore, il lavoro e molto altro ancora. Malgrado la loro indiscussa superiorità tecnologica, i giapponesi hanno bisogno di credere in qualcosa.

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LIBRI

Destinazione Afghanistan

"Destinazione Afghanistan" di Marco Deambrogio - Sperling & Kupfer, 2008

L’anima nascosta del Giappone

"L’anima nascosta del Giappone" di Marcella Croce - Marietti, 2009



1 commento a “Kyoto, il Giappone tradizionale”

  • stregalady alle ore 10:01 pm scrive:

    bellissimo…!!!!!

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