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Kurdistan, il paese che non c’è - foto : Kurdistan, nella bottega di un sarto di selle © Monica Genovese
Kurdistan, nella bottega di un sarto di selle © Monica Genovese

Kurdistan, il paese che non c’è

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Cartina geografica alla mano, il Kurdistan è localizzato nella parte settentrionale e nord orientale della Mesopotamia, in Medio Oriente, nella zona che include il bacino dei fiumi Eufrate e Tigri, dei laghi Van e Urmia e delle catene montuose Zagros e Taurus.

Il territorio si estende per un’area di oltre quattrocentomila chilometri quadrati, divisi tra Turchia, Iraq, Siria, Armenia ed Iran, sebbene la maggior parte del Kurdistan sia all’interno dei confini turchi. Insomma, un Paese che esiste, ma non c’è.

Molti curdi vivono nella Turchia orientale, soprattutto nelle città di Bitlis, Van e Diyarbakir. In quest’ultima, famosa per la sua produzione di meloni, la concentrazione del popolo curdo è così elevata da valerle l’appellativo, ufficioso, di capitale del Kurdistan.

Turchia orientale e Kurdistan sono strettamente correlati tra loro e, nonostante le difficoltà legate al rapporto, non sempre pacifico, tra le due etnie, questa zona del mondo offre al viaggiatore la possibilità di visitare due terre in una, di confrontarsi con più popolazioni contemporaneamente.

Qui, non troppo distanti dalla cosmopolita, europea Istanbul, la vita è completamente diversa. Le strade, fatta eccezione per quelle principali, sono spesso dissestate, polverose. I militari, in special modo lungo i confini con gli altri stati, si fanno numerosi.

Di frequente fermano un’auto o un pulmino carico di persone e, alla vista di volti occidentali, magari un po’ stupiti, con un cenno della mano all’autista turco, danno il proprio benestare a proseguire il viaggio, forse rassicurati da quei volti di turisti stranieri.

Lontani dai centri di maggior interesse culturale, il territorio si fa aspro. Il colore delle montagne è giallo ocra e rosso. Un rosso carminio, intenso, avvolgente e, a tratti sfumato. L’aria estiva è calda, infuocata, insopportabile per chi non è abituato.

Donne con il chador o il burqa nero si aggirano per i paesi e i villaggi, uomini, in abiti tradizionali curdi dai larghi e ricamati pantaloni, si vedono, invece stazionare nei bar, a sorseggiare tè caldo e a mangiare, a qualsiasi orario del giorno. Alla vista del viaggiatore, di solito, i curdi, lo invitano a sedersi con loro e a condividere una bevuta.

La lingua curda, di origine indoeuropea, per motivi politici, è soppiantata dal turco, ma i curdi, fieri e orgogliosi delle proprie tradizioni, la coltivano e la insegnano ai loro bambini. Comprendersi è un’impresa ardua. Qui, sono in pochi a parlare inglese e al comune viaggiatore, per quanto poliglotta, manca la conoscenza del curdo.

I gesti sono sufficienti e i sorrisi sono uguali su tutto il pianeta. La cosa insolita è che un curdo si aspetta che il turista, se proprio non parli turco, sia in grado di parlare la sua lingua e al quasi inevitabile movimento negativo del capo occidentale, resta un po’ deluso.

Questa è un terra che sfiora altri popoli, altri mondi, antichi, difficili, bellissimi. E’ una terra colorata, vivace, rumorosa dove la gente si confonde nei mercati, gli aromi e gli odori della cucina si fondono nell’aria e dove la storia, quella letta sui giornali o sui libri di scuola, si vive nella quotidianità.

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