Le acque dei canali sono calme. Ci si lascia andare a filo d’acqua tra profonde insenature dove il mare accoglie fiumi e disegna lagune. Il silenzio è rotto solo dal rumore dei remi che battono nell’acqua delle “backwaters”, arterie d’acqua interne del Kerala.
Scivolano come silenziosi gusci tra i canali ritagliati nella vegetazione di piante tropicali. Senza bulloni e chiodi, le kettuwalom, barche costruite tutte a mano con legno e canne, trasportano riso, stoffe, spezie e uomini.
Dalle boscose alture dei Ghati Occidentali i fiumi scendono in ripida corsa sulle coste del Malabar, protese verso le Laccadive, sul Mar Arabico. Tra il verde delle palme e i riflessi dell’acqua che tutto invade, le basse terre formano un reticolo silenzioso e vergine in un’India che agonizza sotto i fumi di scarico dell’ irrefrenabile crescita industriale.
Il Kerala profuma di spezie e quiete. Lunga striscia fertile e sottile all’estremo della costa sud-occidentale. Lussureggiante e verde. Palmeti e risaie stretti tra i monti e il mare. Qui, le backwaters, nell’eterno oscillare di fango e sabbia, creano più 800 chilometri di canali salmastri navigabili.
Da Trivandrum ad Alleppey. Interminabili ore di scossoni, rumori, folli corse sgangherate su treni stracolmi e bus arrancanti. Viaggio di incontri, scomodità e timidi sguardi fino al di là di una meravigliosa cortina di palme, verdissima e ordinata, placida e immobile che allontana drasticamente il caos.
Arrivi nella “Venezia d’Oriente”, così chiamata da poeti e navigatori per i numerosi canali che s’intrecciano nella città delle spezie, del legno di sandalo e dei gamberi. Un intricato labirinto di corsi d’acqua e stagni, di ponti e specchi d’acqua navigabili. Ecosistema complesso dalla flora rigogliosa di banani, piante di cacao e pepe.
Nelle viuzze liquide scorrono le bislunghe gondole indiane, cariche di gente e di merci come fossero biciclette e barroccini in un surreale mondo acquatico. Intrecci di cocco e bambù simili a grosse tartarughe che vanno e vengono lungo lingue di sabbia dove sonnecchiano palme da cocco, una accanto all’altra. Su un paesaggio quieto.
Filano via sul pelo dell’acqua in silenzio. Quasi ti manca il trambusto di suoni e colori lasciati alle spalle. Il cicaleccio della folla, l’aria colma di fragranze, lo sferragliare dei treni, il sudore sulla pelle, i clacson che suonano incessantemente. Tutto svanisce con le ultime note della musica del Kathakali, la tipica danza del Kerala.
Ascolti solo lo sciabordio e senti la quiete della brezza. Leggera, una barca carica di merci lascia pigramente gonfiare al vento la vela di sacchi cuciti alla rinfusa. Una zattera di noci di cocco discende il canale. Un traghetto sussurra la sua quotidiana fatica mentre riaccompagna i ragazzi con le loro divise bianche e blu, di ritorno dalla scuola.
In lontananza le luci dei villaggi danzano nei canali al ritmo del vento e delle onde lasciate dalla kettuwalom. I pescatori tirano le reti. In sottofondo il rumore del mare ha il ritmo cadenzato dei remi che cullano. Sulla terraferma un tripudio di palme si specchia nelle backwaters che accolgono i verdi riflessi.
La terra è a pochi centimetri dal pelo dell’acqua. Quasi galleggia difesa da solidi muri di pietra e da spesse ragnatele di rami. Mentre il sole rotola sull’orizzonte, un vecchio con gesto lento rema verso un cortile. Alcune donne sciacquano stoviglie tra grappoli di bimbi, ranocchi scherzosi che balzano in acqua. Giochi di spruzzi e sorrisi.
Fragranza di mare riempie l’aria. Sequenze di un film muto. La pellicola scorre al ralenti. Movenze calme nella secolare danza di donne intente a filar la corda ricavata dall’albero della vita. Abilità femminile che trasforma la materia grezza. Una tiene la matassa attorcigliata alla vita e la passa all’altra che aziona l’arcolaio.
A Cochin s’infuoca il tramonto sulle grandi reti da pesca. Enormi ragni di telai in tek con pesi e carrucole a pelo d’acqua. Le “cantilever” usate dai pescatori locali, eredità dei mercanti della corte di Kublai Khan. Emblema visivo di questa città lagunare.
Un porto naturale creato dai banchi di fango-malabarese che tengono il mare al di fuori delle acque tranquille dell’interno. Hanno fatto la storia umana di questa bella città insulare i marinai che, nei tempi antichi, provenivano dall’Arabia, dalla Cina, dall’Olanda, dalla Gran Bretagna e dal Portogallo, lasciando in eredità comunità musulmane, ebree e cristiane.
Inghiottite da una prepotente vegetazione, una fila di case coloniali portoghesi del cinquecento costeggiano le strade fino al Palazzo di Mattancherry. Al centro la chiesa più antica dell’India costruita nel 1503 dai frati francescani. E la sinagoga del 1568 gelosamente custodita dalla comunità ebraica.
Lungo i canali profumo di cardamomo, noce moscata e curry. Nel lento navigare dentro il ventre di Chocin, risuonano le ultime voci sempre più flebili. Presto la luna prenderà possesso del cielo. Fuori, nel mare luccicano le sagome dei delfini nell’infinita danza acquatica.






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