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Kenya, riti tribali masai - foto : Guerrieri masai. A destra, il padrino di Moses © Monica Genovese
Guerrieri masai. A destra, il padrino di Moses © Monica Genovese

Kenya, riti tribali masai

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Si chiama emorata ed è un’antica usanza africana per il passaggio all’età adulta dei giovani masai. Kenya, bellissima e colorata terra dell’Africa orientale bagnata dall’oceano indiano, ai confini con l’Etiopia, il Sudan, l’Uganda, la Somalia e la Tanzania. Qui, in quest’ultima zona, vive la tribù dei masai, nonché le altre popolazioni originarie dello stesso ceppo nilotico, come i turkana e i samburu.

Sempre qui mi trovo in mezzo all’apparente nulla. Chilometri di boscaglia, di colline morbide disegnate davanti ai miei occhi. La temperatura è calda, secca, ben sopportabile almeno in questa che, “da noi”, in Europa, è la stagione invernale.

Nairobi, capitale e città più grande dello Stato keniota, è lontana almeno cinque ore e le uniche abitazioni sono le capanne africane, costruite dalle donne con rami, erba e sterco di vacca o di altri animali.

I masai parlano il maa, la lingua tipica della loro etnia, ma anche lo swahili, della famiglia bantu. In ogni caso, non sono in grado di distinguere o comprendere l’una o l’altra lingua, ma risuonano come una melodia all’ascolto. Una musica fatta di parole che non capisco, ma l’inglese è l’idioma ufficiale. Gli stessi nomi dei masai sono doppi. Uno inglese e l’altro scelto in base all’appartenenza alla tribù.

Girovago senza meta alla scoperta di questo lembo di terra africana con alcuni giovani samburu che mi accompagnano nelle capanne dei loro parenti e amici. Scambiano frasi tra loro, si salutano lungamente chiedendosi reciprocamente dello stato di salute dei propri cari. Il saluto è una sorta di rito, non frettoloso come quello a cui sono abituata, non un semplice ciao, ma un momento di condivisione dell’esistenza.

Mentre camminiamo, facendo attenzione ai nidi di api tra i rami degli alberi, un paio di masai ci vengono incontro invitandoci nella propria abitazione. Sono due uomini vestiti con abiti rossi, una sorta di semplice pareo vivace, un copricapo e ornamenti di vario genere, per lo più perline colorate.

Il viso e il collo sono tinti di terra rossa. In mano hanno una specie di bastone di legno, retaggio di antiche battaglie. Oggi, usato più per appoggiarsi durante una sosta o per badare agli animali.

Moses, uno dei miei accompagnatori mi presenta l’uomo più anziano. E’ il suo “padrino”. Mi spiega che è la persona, scelta dalla sua famiglia, che lo ha assistito durante l’emorata. Una sorta di circoncisione rituale praticata sin dall’antichità e che accompagna i ragazzi nel mondo degli adulti, dei moran, ovvero dei guerrieri.

Viene praticata, solitamente in riva ad un fiume, in modo che, sdraiato nelle acque fredde, l’iniziato possa anestetizzare, almeno un po’, i genitali prima dell’emorata. Il dolore intenso va sopportato senza lamentele, in segno di maturità e di forza spirituale.

Moses racconta tutto con tranquillità, sorridendo, orgoglioso di poter mostrare il suo padrino e di aver superato la prova senza problemi. Dopo tale usanza, al moran è concesso di indossare abiti scuri e di disegnarsi il viso di bianco, dopodiché la sua vita diventa un passaggio da un grado all’altro della scala sociale tribale.

A storia ultimata, prima di andare via, il padrino chiede a Moses qualcosa. Mi accorgo che parlano di me, mi indicano un po’ stupiti, così, con un lieve imbarazzo Moses mi chiede se l’uomo può toccare i miei capelli biondi.

Sono una novità per lui e vuol vedere, da vicino, come sono fatti, capire se il colore gli resta sulle dita. A permesso ricevuto, con discrezione, mi si avvicina, tocca una ciocca dei miei capelli. Sorride soddisfatto e, nella sua lingua, ringrazia.

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