Natale 2007. Trascorso all’ombra di una grande acacia nel bel mezzo della boscaglia africana. A cinque ore di distanza da Nairobi, capitale del Kenya, città caotica, frenetica, moderna e, al tempo stesso tristemente ricca di bidonville, dove si parla inglese e swahili, ma anche altre lingue impropriamente definite dialetti come il samburu e il turkana, entrambe di derivazione nilotica.
Qui, lontana da tutto, lontana persino dalle città locali, vivo per qualche giorno tra le popolazioni del posto. Il sole splende ogni giorno e la temperatura è di circa 28 gradi. Le piante di aloe, dall’aspetto rigoglioso, ricoprono vaste aree di questo territorio non troppo lontano dalla Tanzania.
Il 25 dicembre si avvicina e anche in questo luogo tutti si preparano alla festa religiosa, sebbene in maniera diversa rispetto a quella a cui sono abituata. I samburu e i turkana, popoli masai, sono cattolici, ma conservano un fortissimo legame con le loro ancestrali tradizioni e gli uomini possono sposare più di una donna.
La messa natalizia dura due ore circa ed è quasi totalmente cantata. Il mio compagno di viaggio ed io siamo gli unici musungi, ovvero bianchi e, così, per curiosità e per ospitalità, tutti quelli che entrano in chiesa, mano a mano, vengono a salutarci, a stringerci la mano. Le donne sono sedute da un lato della piccola chiesa, gli uomini dall’altro.
Gli addobbi sono eccentrici, coloratissimi e un po’ eccessivi. Il presepe, preparato alla meglio, è un tripudio di luci intermittenti irregolari da cui si diffonde nell’atmosfera una musichetta stonata che, ormai ha perso il suo ritmo festoso. Ma nessuno ci fa caso.
A celebrazione ultimata si torna nelle capanne, realizzate con sterco di vacca, paglia e fango, dove si avverte l’emozione dell’aspettativa, dell’attesa. A Natale, infatti, l’intera comunità si riunisce per ammazzare un animale. Di solito la mucca più vecchia. E’ l’unico momento dell’anno in cui si mangia carne, pietanza rara in questa zona del Kenya.
Qui, il classico cenone è sostituito da un pranzo a base di carne semplicemente cotta su un fuoco all’aperto, troppo spesso circondato da mosche e da qualche cane che spera, invano, in un boccone. Gli uomini della tribù samburu, la mattina di Natale, sacrificano l’animale, ne bevono il sangue e succhiano il midollo dalle sue ossa. Tutti intorno alla carcassa.
I guerrieri e gli anziani pranzano a terra, distanti dalla tavolata dei bambini e dei ragazzi. Qualcuno arriva dai villaggi più lontani, ma a qualsiasi ora si presenti gli viene conservato un pezzo di carne perché sia Natale per tutti.





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swahili!
Mi piace leggere tutto quello che pubblichi sull’Africa, lo fai con competenza e bene.
Ti ringrazio Antonio.
Marco, grazie per la correzione del refuso.
Grazie per questo racconto .
Sono sposata con un masai e vivendo in Kenya partecipo sempre al Natale con i la sua tribu’.
E sempre e’ un evento unico e speciale..un po anche perche’ sono la sola mzungu (donna bianca) che pranza con i guerrieri seduta su di una sedia in mezzo alla savana.
Grazie e continua.
Donatella
http://donamasai.forumattivo.com
tellonia@hotmail.com
Grazie infinite Donatella, apprezzo molto il tuo commento perché è quello di una “testimone” di questa incredibile realtà che è l’Africa. Tanti auguri di buone feste a te, a tuo marito e a tutta la sua tribù. Mi auguro che tu legga ancora il reporter e spero di vedere nuovamentei tuoi commenti. Ciao.
racconto coinvolgente, ho conosciuto il popolo masai durante un viaggio a zanzibar, forse a volte venivano presentati in “formato turistico”, ma sicuramente qualche storia che han raccontato era veritiera, nel tuo articolo ne ho trovato conferma, complimenti.
Grazie Roberto. Mi fa piacere condividere, in questo modo,l’esperienza del viaggio in Kenya.
ciao, solo per precisare che l’aloe di cui parlavi è il sisal. Un saluto
Ciao Francesca, grazie per la tua attenzione.
Sisal e aloe, a mio avviso, si somigliano, ma quella citata nell’articolo era proprio un aloe, piuttosto diffusa in Kenya. Ho avuto la piccola sventura di una bruciatura solare sul collo mentre ero in Kenya e, ricordando i cosiddetti vecchi rimedi della nonna, ho usato il gel dell’aloe per curare la bruciatura. Ad ogni modo, hai ragione … di sisal quella terra assoalta è ricolma.
:O)