Kenya. Rift Valley. Una fossa tettonica. Profonda cicatrice scavata nella terra a solcare il bordo orientale dell’Africa. Il tentativo del pianeta, milioni di anni fa, di spaccare la sua stessa crosta terrestre, di dividere il continente africano in due.
Cinquemila chilometri di estensione, dal nord della Siria, in Asia, al centro del Mozambico, in Africa.
Una zona, questa dove le temperature estive salgono smisuratamente. Il calore si infuoca sotto i raggi inclementi del sole.
In terra kenyota, la Rift Valley si estende a nord della capitale dello Stato, Nairobi. Frenetica, affollatissima, vivace e assolutamente unica nel suo essere una metropoli africana. Proprio in virtù di questo “taglio” terrestre, la Rift è ricca di laghi, vulcani, fiumi, montagne che si susseguono in un panorama suggestivo.
Uno dei laghi più noti e visitati del Kenya centrale è il Nakuru, a sud dell’omonima città. Adagiato a 1800 metri di quota, circondato da un parco nazionale di 62 chilometri quadrati che ospita una vasta comunità di fenicotteri rosa. Ma non solo. Sullo sfondo di questo paesaggio, che sembra immune allo scorrere del tempo, si muovono molti animali selvatici come rinoceronti neri, leopardi, leoni, giraffe, e varie specie di mammiferi.
Il Nakuru appare come una macchia azzurra e, a tratti rosa, in mezzo al verde e ai colori ocra intenso, marrone, rosso della terra, sotto un cielo nitido più che altrove. Qui, tutto pare essere nato da un raggio di sole. Tutto appare come nuovo, immacolato e, al tempo stesso, antico come il primo vagito del pianeta.
La tinta rosa che assume il lago è data dalla presenza, piuttosto considerevole, di fenicotteri. Sinuosi, leggeri, eleganti, planano, come aliti del vento, sulle docili acque o passeggiano, in gruppetti, lungo le rive del Nakuru come dame ottocentesche ornate dai loro ampi e lussuosi abiti. E così si mostrano i fenicotteri. Regali.
A migliaia occupano le acque salate del lago e il riflesso di ognuno tinge di rosa il Nakuru.
Le sue rive sono una vera suggestione, in quanto circondate da geyser, getti di acqua bollente sputati da bocche del terreno. Ogni tanto, qualche viaggiatore curioso prova a gettarvi sopra delle uova per osservarne la cottura istantanea, perciò non c’è da stupirsi se si notano dei gusci pressi i geyser.
Le sensazioni sono molteplici. E’ un po’ come osservare la Terra ai suoi primordi, la natura nel suo stato più veritiero, la vita nel suo scorrere ancestrale.
Forse, è da tali sensazioni che nasce il mal d’Africa. Un malessere non ben identificabile, ma che colpisce i più affascinati da questo luogo perché questo continente ti lascia il suo ricordo indelebile sulla pelle, come una sorta di fremito. Una cupezza al cuore quando ci si allontana da lei.
Il mal d’Africa è il rumore silente della nostalgia.





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