Il peruviano si accende la sigaretta con una insolita frenesia, dando quasi l’impressione che tutto quello che avrebbe fatto quella sera e nei giorni successivi (di permanenza a New York), sarebbe stato contraddistinto da una velocità d’azione a livello maniacale.
Poi si sistema gli occhiali sul naso e alza lo sguardo, osserva me e Andrea con insistenza, sorridendo (e il sorriso sfuma sulle labbra tra una boffata e l’altra) ci parla di Lima e della sua gente, di quanto è bello il Perù, bruscamente avviluppato tra colline polverose e sentieri pianeggianti; alza braccia e spalle, gesticola, china la testa e la rialza, descrive quel suo mondo così lontano con il fuoco della passione che gli brucia il cuore, e forse, ricordandolo, gli sale la nostalgia.
Poi Jimi, il peruviano frenetico, sorride di nuovo e ci stringe la mano portandola al petto: “Porfavor, tiengo una casa a Washington, venide a trovarme durante il vostro viaggio: faremo grandi mangiate, offro io, tiengo una bella casa nella capital”.
La sigaretta brucia ancora tra le sue mani una manciata di istanti, poi Jimi la lascia cadere sull’asfalto caldo della New York notturna, e lei (la sigaretta) disperde in cielo e sotto i colori americani dell’Empire, scie zigzag come raggi traccianti.
Jimi scompare tra la folla, divenendo un tutt’uno con quel groviglio di persone che danzano avanti e indietro, fatto di clacson vivaci e taxi gialli. Mi sale in quel momento il pensiero che forse, lontano dal mio universo, la gente non parla soltanto di cazzate e vestiti, di serate e cocktail, ma si lascia andare in considerazioni e sentimenti che vanno oltre la semplice conversazione per strada.
Jimi mi aveva preso la mano, l’aveva stretta forte alla sua, e se l’era portata al petto, facendomi giurare che a Washington sarei dovuto passare. Io e Andrea sapevamo che, per un motivo o per un altro, non sarebbe stato possibile.
Ma sì, che importanza ha? Quale importanza può rivestire Washington per tre ragazzi che di lì a qualche giorno avrebbero attraversato la Pennsylvania, l’Ohio e l’Indiana, poi giù verso il Mississippi e i colori del suo autunno; verso l’Oklahoma e le terre verdi del Colorado.
Niente di più splendido. E Jimi è un uomo sulla quarantina che vende pesce e ama stare all’aria aperta; ama mangiare carne di bisonte e pescare (quando torna in Perù), spendere tempo per la compagnia, magari attorno al fuoco di campo o, più semplicemente, seduto ad un tavolo e con in mano una bottiglia di Nero d’Avola, uno dei suoi vini preferiti.
Già, c’è così tanta vastità di colori nel mondo che si fatica quasi a capire come cavolo gira, in che modo ragionano le persone, e soprattutto chi sono, queste persone.
Mentre sto scrivendo Andre e Alle dormono, New York si sta svegliando a poco a poco, e là dietro, oltre i grattacieli infiniti di Manhattan, il sole pallido si frantuma tra le frange di vetro degli immensi palazzi. Chissà dov’è Jimi e a cosa pensa, in questo momento.





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