Nel deserto del Thar, ai confini tra India e Pakistan, Jaisalmer città intarsiata. Protagonisti “gli scalpellini”. Sin dai tempi antichi hanno modellato l’architettura priva d’aria della “Roccia di Jasal”. Venivano dalle vallate afghane. Scolpivano la pietra agli incroci delle strade e sulle case.
Il distacco tra l’India braminica e quella islamica si fa più intenso via via che la strada lascia le leggere colline del Rajasthan, per squarci piatti. Grossi sassi e qualche acacia sostituiscono campi verdi appena coltivati.
l’Islam predilige terre desolate, deserti e steppe. Là, dove cessa il privilegio dei monsoni domina una magra vegetazione mentre il gracchiare dei corvi e l’aerea immobilità degli avvoltoi annunciano l’avvicinarsi del deserto del Thar, ai confini tra India e Pakistan.
Vegetazione rada e stepposa. Soffici carichi di polvere, sabbia, bruschi cambi di temperatura. Villaggi sul punto di arrendersi alla tenacia del deserto. Casupole in legno, e tende di nomadi fermate a terra da grossi sassi. Vite semplici ridotte al minimo.
Soli lussi, un po’ di tabacco tirato dalle “hukka” che migliora l’umore ma rovina i polmoni, e un amichevole e fraternizzante scambio di oppio. Un canto e una danza accompagnate dal suono di un tamburo o di un flauto, il maggior divertimento. Capre, pecore e qualche cammello, il sostentamento.
All’improvviso, lontano sulla destra, un miraggio, affascinante, misterioso, eccitante, dilatato e tremolante per il calore che emana la terra. Scenario sospeso, quasi irreale, appena materializzato dal vento del deserto. Le pietre dorate di Jaisalmer che sembrano nascere spontanee dalla sabbia, nascoste dalle “dharna”, dune.
Il sole esce come una palla di fuoco dietro alle dune incandescenti e illumina mirabilmente cupole dorate e guglie scintillanti dai volumi morbidi e dai colori rinascimentali, caldi. Bella di tutte le eleganze e raffinatezze ereditate da Bagdad, Isfhan, Persepoli.
Fortezza contro il deserto. Vie rette e razionali, disposte a barriera capaci di tagliare e arrestare il vento e la polvere del deserto. Case fresche. Sia quelle umili sia i palazzi. Mille finestrelle intarsiate dove l’aria è mossa da correnti create da innumerevoli fessure aperte alla luce e all’ombra.
Qui tutto è traforato. Balconi, finestre, portoni e balaustre. Fazzoletti riccamente e delicatamente ricamati. E ’la terra degli scalpellini più abili di tutto l’Oriente. Ci sono piccoli cantieri in ogni angolo della città e, dall’alba al tramonto, si sente un continuo picchiettare con punte e scalpello su enormi lastroni.
Gli artigiani si tramandano quest’arte di padre in figlio. L’arte d’esistere in un paese di pietre. Il calcare di Jaisalmer, molto usato per i lavori di un mestiere antico. Le cave si trovano a Amarsagar, Moolsagar e vicino alla città dorata. Marmo giallo d’eccellente qualità, facile da scolpire, il principale componente delle fondamenta sulle quali si posa la città.
Nonostante la difficoltà di vivere in questa zona arida, gli scalpellini di Jaisalmer sembrano sempre felici. Anche quando vengono a mancare cibo e acqua, nelle annate di carestia, questa non pare essere una ragione sufficiente ad abbattere il loro spirito allegro.
Abili artigiani, attenti e scrupolosi nel loro prezioso lavoro. Puntuali e silenziosi tranne il ticchettio del mazzolo. Vivezza e fantasia di colori. Accovacciati su stuoie di palma, nelle pause e al tramonto, appena fanno capannello, si leva un fitto cinguettio simile al suono di pifferi tanto da incantare i serpenti.
E’ gente del nord con ardito miscuglio di sangue nelle vene. Uomini asciutti e fieri, di pelle molto scura irradiata da solchi. Turbanti che si inalberano in testa, abilmente confezionati con stoffe rosse, gialle, verdi. Lunghi baffi imbionditi dall’hennè. Larghe brache e orecchini dorati.
Sono i discendenti di quei scalpellini artefici delle decorazioni sulle porte e balconi del forte di Jaisalmer aggrappato alla collina Gorhara. E dei palazzi ricchi di finestrelle a ogiva difese da grate di marmo sottile, lavorate a giorno, aperte ai deboli venti, al sole e alla luna.
Fra i tetti geometrici della città bassa, spiccano le Havelis, abitazioni dei ricchi commercianti. Cinque, bellissime, ideate dai fratelli Patva nell’800. I mercanti facevano a gara per costruirle sempre più belle, ricamate in arenaria gialla. Uomini d’affari, banchieri, esportatori d’oppio e gli immancabili scalpellini, spesso personali e ben pagati.
La Haveli di Seth Patva ha facciate finemente scolpite che sembrano costruite con legno di sandalo piuttosto che in pietra. E il pensiero corre alle abili mani, a quei gesti precisi nel ricavar dalla pietra delicati trafori di alberi, frutta, danzatrici e pavoni.
Intarsi diversi, originali. Non una finestra uguale all’altra, non un richiamo pittorico simile all’altro. All’interno affreschi, soffitti dorati, pietre mirabilmente scolpite. Balconi, nicchie e fontanelle negli angoli più nascosti. Maestria nell’arte dell’incisione. Trionfo della fantasia umana e della sua infinita capacità di creare, inventare, immaginare.






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