Doveva avere l’anima di fanciullo, aver letto favole persiane e conoscere molte bene leggende vediche per volere una città da favola. Strade regolari bordate da palazzi rosa, il colore dell’ospitalità, con delicati fiorami bianchi. Fontane rigogliose d’acqua e musica di zampilli.
Cupole e minareti, archi e moschee fasciati dallo stesso damasco color salmone. Ogni facciata è diversa fatte di linee, forme e colori, doni d’armonia. Jaipur, la Città Rosa. La disegnò Jai Singh II, il principe astronomo e guerriero, nel 1729 con l’architetto Vidyadhar.
Pensando al clima della pianura, la progettò come una fortezza contro il deserto. Anche le case dovevano avere colori tenui, essere fresche e raffinate. Per sé e la sua corte il Maharaja creò il Palazzo del Vento. Senso di ospitalità e passione per l’acqua di chi vive alla frontiera del nulla.
A nove chilometri dall’immobile fissità desertica del Rajastan, il fragore seppur contenuto della nuova capitale. Albeggia e Jaipur si tinge di morbidi e delicati pastelli mentre il cielo si adegua con lievi graffi a coronare un dipinto d’autore.
L’Hawa Mahal, il palazzo del vento, un’unica facciata traforata di finestre grigliate. Strano scenario teatrale che si articola su sette piani di logge ostruite da schermi merlati. Dietro, le donne di corte assistevano, nascoste dagli sguardi dei passanti, alle manifestazioni pubbliche, cui era loro vietato mescolarsi.
Un vero gioiello d’architettura. Su ordine del principe Jai Singh II, i costruttori, con un sistema di camere aperte ad alveare su due lati, avevano creato alloggi capaci di catturare i capricci del vento. Circolava freschissimo vincendo la torrida temperatura.
Una città, Jaipur nata per ospitare re, maharaja, sceicchi, sultani e scià. L’”Oriente di Maniera” proprio ai margini del deserto più vasto dell’India settentrionale. Forme allungate e figure modellate in modo plastico. Uso disinvolto di forme classiche con frequenti infrazioni alle regole.
Oltre alle mura, solidi ripari dall’aggressione del deserto, la città non ha difese strategiche contro l’assalto dell’uomo. L’animo gentile del principe, la filosofia romantica del pensatore e l’ingenuità poetica dell’uomo, non prevedevano attacchi guerreschi.
Pensava alla sua città come un’oasi di pace e di bellezza. Amava osservare le stelle. Lontane le immagini di stragi e conquiste. Ma i sogni s’infrangono sulle rive delle illusioni e sull’evolversi degli eventi. Così Jain Singh II divenne principe dei valorosi guerrieri rajput, unici difensori di Jaipur.
“I figli dei Re”. Nobili guerrieri che non conoscevano la sconfitta e la cui unica resa era il “johar”, il sacrificio totale. Signori del Medioevo come i paladini di Francia, i cavalieri erranti della Tavola Rotonda o samurai giapponesi.
Assai diverso lo scenario delle loro gesta. Non è quello delle lande inglesi, dei boschi francesi o delle foreste giapponesi. Il mondo dei Rajput è il deserto del Thar e le creste dell’Aravalli.
Jaipur è una piccola città circondata da antiche mura con lo sfondo di montagne azzurrastre. Il nucleo è a pianta rettangolare con ampie strade che s’incrociano ad angolo retto secondo lo “Shilpa Shastra”, l’antico trattato indiano di architettura. Nelle vie a incastro dove ribolle l’irrazionale vita indiana domina il rosa dei palazzi, il rosso dei turbanti, il giallo dei sari. Tutto come voleva il principe. Tranne la frenesia della folla.
La città coinvolge, la gente stravolge. Lontana l’immagine dell’oasi rosa del principe astronomo. Strana folla quella della Jaipur che vive di profumi e d’apparenza. Tripudio visivo di una città dove il colore è necessario quanto la luce. Sui corpi snelli delle donne, sulla testa dei “camili”, nei negozietti di numerosi bazar tra i quali luccica l’oro del Jhoari bazar, mercato dei gioiellieri.
Tutti avanzano dignitosi, eleganti a passo di danza compresi i soldati asciutti come ragazzi con le strane divise. Triste rigidezza britannica mista ad allegra cenciosità orientale in groppa a cammelli celebri per il passo facile, ritmo e resistenza.
Jantar Mantar è l’osservatorio astronomico del giovane Maharaja, amante delle stelle. Curiose costruzioni in pietra e metallo. Uno stile futurista davvero impressionante. Al centro la grande meridiana alta 27 metri. Osservava la posizione degli astri, misurava il tempo e calcolava le eclissi. Lontano dai tumulti del mondo.
Jai Singh II voleva pace e libertà. Si ritrovò condottiero per questi ideali. Ma con lealtà. Forse non immaginava che Jaipur, la sua città anche in un lontano futuro, sarebbe diventata teatro di scontri, attacchi e attentati da parte di “terroristi”.






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Davvero un viaggio fantastico, raccontato con eleganza e maestria da chi ama guardare il mondo cogliendo la ricchezza della diversità.
Grazie, Stefano. Se gli “occhi” del mondo avessero imparato a vedere, cogliere, capire le diversità, forse IL MONDO sarebbe migliore. Invece le ha “sfruttate” mettendo le une contro le altre. L’uomo è inesorabilmente e crudelmente UGUALE. Ciao Marta