Alla fine pensi di trovarti davanti ad un’isola assolutamente dannata.
Ma purtroppo è dall’inizio che bisogna raccontare una storia che i più scettici definirebbero solo sfortunata.
Ci troviamo al cospetto delle Isole Antipodi, territorio della Nuova Zelanda.
La più grande misura sessanta chilometri quadrati, le altre minori per grandezza si perdono fino a diventare semplici scogli.
L’ospitalità per gli animali è garantita, tranne per gli umani.
Il territorio è il regno indiscusso di colonie d’uccelli come il Beccaccino, Parrocchetto, l’Albatro e di metà dell’intera popolazione mondiale di pinguini crestati.
Bello, direte voi.
Invece in questo luogo la Natura ed il Fato si sono dimenticati dell’uomo.
Il gruppo d’isole fu avvistato ed avvicinato la prima volta nel 1800 dalla nave britannica HMS Reliance, capitanata da Henry Waterhouse.
Forse da subito si capì d’essere al cospetto di uno dei territori meno accoglienti per la nostra specie, ma non si volle gettare la spugna tentando di colonizzarli comunque.
Cavia perfetta un bel po’ di bestiame e tutta l’attività connessa.
In poco per le avverse condizioni climatiche non solo terminò l’esperienza del pascolo, ma anche la vita dei poveri ruminanti che dovettero soccombere ad un luogo inospitale.
Ma non solo l’allevamento fallì.
La Spirit of Dawn, non paga della brutta fine dei suoi predecessori, si avvicinò troppo alla costa affondando e lasciando su quel pezzo di terra in mezzo al mare i suoi naufraghi.
Era il 1893 e gli undici sopravvissuti dell’equipaggio passarono tre mesi sull’isola cibandosi solo d’uccelli marini crudi all’insaputa della presenza sulla parte opposta dell’isola di un ben fornito deposito per naufraghi.
Ben di dio che non fu invece ignorato dall’equipaggio della President Felix Faura che ebbe la stessa sorte nautica quindici anni dopo nella baia di Anchorage.
Inutile dire che non furono gli ultimi: nove anni fa lo yacht Totorore affondò portando con sé la vita di due persone.
Oggi, saggiamente, l’uomo ha capito che quel territorio non li è proprio congeniale.
Di sicuro non c’entra la fortuna o la sfortuna.
Semplicemente, in questi remoti spazi, la Natura è l’unica padrona.
E per l’uomo, per una volta, non c’è posto.




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